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Nella terra dei Gallegos

Clima, vegetazione, musica, passioni cattoliche e acceso nazionalismo: tutto, in Galizia, ricorda in qualche modo l'Irlanda. Mancano solo gli irlandesi (sostituiti però egregiamente da centinaia di stranieri che trasformano quest'angolo di mondo in una terra cosmopolita) per completare l'illusione. La cucina non è certo un'eccezione a questa regola, e infatti patate, uova e birra sono fra i principali protagonisti di un'alimentazione fin troppo ricca di oli e grassi, ma anche di gustose attrattive.
Non mancano comunque, in aggiunta alle tentazioni gastronomiche, le ragioni per visitare questa regione ricca di fascino e di storia. Servita da qualche tempo da un comodo volo low cost della Ryan Air - compagnia, manco a dirlo, irlandese - Santiago de Compostela è una meta ideale sia perché non ancora del tutto "scoperta" malgrado la sua lunghissima storia, sia perché pronta a stupire con la sua insospettabile vivacità e il suo mix di analogie e divergenze con la cultura spagnola.

Del resto Santiago è, prima di tutto, una meta turistica. Secoli e secoli di pellegrinaggi da ogni parte d'Europa non sono passati inosservati, e hanno trasformato la cittadina gallega in un ricettacolo di risorse inesauribili per i viaggiatori, offrendo sistemazioni di ogni tipo e per ogni tasca. Certo, la prima impressione è quella di una città chiusa e immutabile: nelle stradine del centro, che tra chiesette ricoperte di muschio e casupole in pietra ricordano qualche piccolo borgo dell'Italia meridionale, il tempo per certi versi sembra essersi fermato. Anche all'interno le case sono rimaste quelle povere e anguste di una volta, dato che in massima parte gli abitanti hanno preferito trasferirsi nella parte più moderna e vivace della città, lasciando le abitazioni del centro alla moltitudine di studenti arrivati da ogni dove. Ma proprio da questo continuo "pellegrinaggio" laico derivano l'atmosfera vitale e la mentalità aperta che caratterizzano Santiago.

Come è facile immaginare, per chi è in cerca di vitto e alloggio la città presenta soltanto l'imbarazzo della scelta. I ristoranti sono secondi, in numero, soltanto agli innumerevoli negozi di souvenir, e garantiscono ogni tipo di soluzione: una cena con piatti alla carta ha un costo simile ai ristoranti italiani, ma è molto più comune e conveniente optare per il menu fisso proposto dalla quasi totalità dei locali. L'offerta è davvero allettante (primo, secondo e caffé per prezzi intorno agli 8-10 euro) e non delude dal punto di vista della qualità: esempi validi sono il frequentato Casa Manolo, recensito a parte, o l'allettante Taberna do Bispo (in Rua do Franco) che propone ogni tipo di frutti di mare - i mariscos sono fra le specialità locali - e piatti a base di pesce. Ancor più economica e caratteristica è la soluzione delle tapas: un'interminabile lista di minuscoli piattini, dalle tortillas alle immancabili patate fritte, per una sorta di cena allungata che consente di "svariare" a piacimento tra un locale e l'altro.

Le tapas sarebbero in teoria una sorta di aperitivo, ma in pratica sono disponibili a qualsiasi ora del giorno e della notte e basta ordinare due o più cañas (30 cl) di birra per vedersi recapitare in accompagnamento affettati, crocchette, salsicciotti con salsa piccante, e chi più ne ha più ne metta. Si è detto "birra" perché si esclude qualsiasi possibilità di scelta, a fronte dell'ingombrante presenza della celebrata Estrella Galicia, bevanda principe del luogo. Impossibile comunque elencare tutti i locali in cui dedicarsi agli assaggi: fra i migliori senza dubbio il Café Fonseca, nell'omonima piazza, e l'Arellà (sempre in rua do Franco) che propone qualche gustosa variazione sul tema come le cozze con salsa piccante.

Se poi si passa ai locali notturni diventa ancora più arduo suggerire una meta, tanto che è consigliabile, per non perdere il ritmo dei nottambuli del posto, provarne almeno tre o quattro in una nottata. Per avere un quadro della situazione, basti pensare che i locali hanno orari di apertura e di chiusura a scalare (ce ne sono alcuni che aprono alle 6 del mattino!) e sono gli stessi gestori ad accordarsi per traghettare gli avventori da un capo all'altro del centro. Di conseguenza per tutta la notte è facile imbattersi in sotterranei - bar e discoteche sono quasi tutti ospitati da umidissimi "budelli" sotto il livello della strada - traboccanti di persone, di musica e di fumo, che in Spagna è consentito se non addirittura incoraggiato. Si beve, naturalmente, e anche molto: l'Estrella Galicia continua a regnare sovrana, ma seriamente insidiata dai liquori più tipici, il licor café e l'agua ardiente, quest'ultima utilizzata anche per preparare la quemada (un utensile per bevute di gruppo simile alla grolla valdostana). Per non parlare poi dell'immancabile tequila.

Due le segnalazioni d'obbligo in questo campo: la prima è per la Casa das Crechas, angusto ma amatissimo bar la cui parte centrale è riservata alle esibizioni canore che danno libero sfogo alla più tradizionale musica gallega, incentrata su ritmi celtici e strumenti a fiato e a percussione. Ballare è difficile (per problemi di spazio) ma lasciarsi trascinare dalle melodie è quasi inevitabile. Per chi cerca qualcosa di più e soprattutto ha già raggiunto un tasso alcoolico più elevato c'è l'Avante: un locale che già dal nome denuncia l'ispirazione politica e che, in una curiosa colonna sonora a metà fra dance e folk, alterna Manu Chao ai canti della rivoluzione portoghese e Franco Battiato a O bella ciao. Forse una via moderna al socialismo, ma senz'altro un modo sicuro per svegliarsi con un cerchio alla testa la mattina dopo. Soprattutto se in precedenza si è fatta una visitina al piccolo bar adiacente, in apparenza importato direttamente dagli anni Cinquanta, che offre a prezzi ridicoli intere bottiglie di liquore e vino bianco spillato direttamente dalla botte.
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Vini Buoni d'Italia 2005

Sono anni assai difficili per il "made in Italy": il mito dell'artigianato e della manifattura italiana di qualità superiore sembra attraversare un periodo di decadenza. Forse l'unico settore che tiene viva la "resistenza" è quello gastronomico-enologico, in cui i prodotti della tradizione locale sono sempre più protetti e studiati per continuare a offrire quel valore aggiunto che nessuno può copiare: la storia. Con questo spirito nasce Vini Buoni d'Italia, una guida vinicola - diciamolo: l'ennesima - che punta tutto sui vitigni autoctoni delle regioni italiane, indicando per ogni zona una ristretta rosa di DOC e DOCG e un'ancor più severa selezione di cantine che le propongono. Il tutto con il fine ultimo di salvaguardare la purezza delle etichette e conservare l'autorevolezza che le rende celebri, come spiega nell'introduzione Giorgetto Giugiaro, uno che in tema di made in Italy qualche competenza ce l'ha.

Insomma la guida di Mario Busso e Carlo Macchi, edita da Gribaudo (690 pagine per 20 euro) si è presa sulle spalle una missione non indifferente, e a giudicare dai risultati delle vendite delle prime due edizioni (quella da noi recensita è la seconda, l'annata 2005) l'ha svolta con grande successo. Ma non si tratta dell'unico punto di forza del volume. Un altro caposaldo è l'uso di un linguaggio semplice, che rispetta e non tradisce il gergo dell'enologia ma d'altra parte non pretende una competenza da sommelier da parte del lettore; si rivolge dunque a un pubblico allargato, sperando di coinvolgere anche quei consumatori che il vino lo vedono solo raramente in cantina, più spesso al supermercato, e che non si possono definire grandi esperti pur conoscendo la differenza tra un Barbera e un Chianti. Ma al di là dei tentativi di semplificazione, la serietà e la ponderatezza delle valutazioni non sono in discussione. Ogni vino è selezionato in base a quattro parametri: qualità, corrispondenza vino-vitigno (ovvero la riconoscibilità di cui si parlava sopra), bevibilità e imbottigliatura (la scelta della guida è quella di recensire solo vini già imbottigliati, gli stessi che si trovano in commercio). Questa valutazione sfocia poi in un punteggio che va da 1 a 4 stelle: soltanto i migliori vini accedono alle selezioni finali e, fra questi, davvero pochi - in media 5 o 6 per regione - si guadagnano la "Corona" che contraddistingue i migliori in assoluto.
Nel complesso la guida appare curata, non molto maneggevole ma in compenso estremamente completa: per ogni cantina sono indicati un'infinità di parametri quali numero delle bottiglie prodotte, possibilità di visita su appuntamento, eventuale disponibilità alberghiera, appartenenza al Movimento del Turismo del Vino, produzione di vini biologici eccetera. Inoltre i vini sono suddivisi a seconda del prezzo e del periodo di conservazione consigliato.
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Il Gambero Rozzo

Con un titolo del genere non si rischia davvero di passare inosservati. Il gioco di parole che dà vita al Gambero Rozzo è figlio di un'intuizione geniale, ma ancor più seducente e ricco di promesse è il sottotitolo: "Più che una questione di etichetta è una questione di forchetta". Come si intuisce già da queste prime righe, la filosofia della guida è molto simile a quella che accompagna le Locuste nelle loro peregrinazioni. Gli indirizzi riportati, più di mille in 430 pagine, rinviano a locali di solida tradizione culinaria in cui magari alcuni aspetti marginali sono trascurati (il servizio è alla buona, il vino quasi sempre è quello della casa), ma pranzo e cena sono genuini, sostanziosi e a buon mercato. Delle osterie e trattorie di questo stampo il volume della Newton Compton offre una rassegna completa ed esauriente, ideale anche per i non addetti lavori, a un equo prezzo di 20 euro.

Il toscano Carlo Cambi, già fondatore della rivista "I Viaggi" di Repubblica, non si limita ad inserirsi nel fortunato filone della gastronomia che riscopre la tradizione e la semplicità a scapito dell'artificiosità dell'alta cucina: quello dell'autore è un viaggio molto personale e sentito, che lui stesso definisce una recherche du plat perdu, con gustosa citazione proustiana.
Il risultato è un libro interessante, a tratti impreziosito da spunti originali, che però paga decisamente la contiguità e le somiglianze fin troppo evidenti con il suo più famoso predecessore: la guida alle Osterie d'Italia della Slow Food. In effetti non soltanto il concetto alla base dei due volumi è molto simile, ma anche l'organizzazione del libro di Cambi non si discosta più di tanto da quella della "Bibbia" slowfoodiana: i locali sono suddivisi per regioni (anche se in ordine alfabetico, il che non facilita la consultazione) e in numerosi casi le segnalazioni coincidono con quelle della guida "rivale". Intendiamoci: non si tratta di un difetto, è soltanto un elemento che rende il libro leggermente meno attraente di quanto ci si sarebbe potuto attendere.
Va detto peraltro che nel complesso il volume è decisamente più leggero e maneggevole dei concorrenti grazie a un'impostazione più snella e a recensioni brevi e stringate, talvolta forse un po' vaghe nei giudizi. Anche in questo caso ai ristoranti recensiti non è attribuito alcun voto, ma fra le piacevoli eccezioni c'è l'iniziale classifica dei dieci locali "da non perdere" (il primo è il celebrato "Latini" di Firenze) che non mancherà di incuriosire tutte le Locuste e aspiranti tali.
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Il Mangelo 2006

Lo sappiamo: non dovremmo fare propaganda alla "concorrenza". Ma per il Mangelo facciamo volentieri un'eccezione, un po' per l'idea che sta alla base del progetto, un po' per l'accattivante impostazione grafica di stampo biblico, un po' per l'incontestabile sentenza "Il cliente ha sempre ragione" che accompagna ogni edizione. La guida, in libreria da novembre al prezzo di 15 euro (la versione 2005 ha venduto circa 9.000 copie), copre le due città principali d'Italia: Milano e Roma. Due sono essenzialmente i suoi punti di forza: l'enorme numero di ristoranti recensiti (883 per Milano e 835 per Roma) e la facilità di consultazione, grazie anche all'integrazione con il sito ufficiale attraverso il quale il progetto Mangelo si è sviluppato.

Il Mangelo, infatti, non è una guida compilata da critici gastronomici, ma un compendio di locali selezionati e votati dai visitatori del sito, sul quale è possibile non solo effettuare una ricerca incrociata secondo vari criteri (dal servizio al prezzo), ma anche consultare le più svariate classifiche di categoria. Perché una guida cartacea, dunque? Semplice: il Mangelo è piccolo, compatto (224 pagine) e di utilizzo davvero intuitivo grazie alla comoda cartina topografica in fondo al volume, su cui sono riportati con indicazioni chiare e precise tutti i ristoranti recensiti. Pregi e limiti della guida stanno tutti nella sinteticità delle recensioni stesse, mai più lunghe di 5 righe e quasi interamente composte da stralci di giudizi dei visitatori.
Per ogni ristorante sono indicati il prezzo medio di un pasto completo, escluse le bevande, e tre voti che valutano da 1 a 10 la cucina, il servizio e l'ambiente. Sono indicate anche le coordinate per ritrovare il locale sulla mappa, i giorni di chiusura e l'eventuale necessità di prenotazione. In definitiva un curioso e riuscito esperimento di "guida collettiva" oltre che un valido strumento per chi ha bisogno di scegliere rapidamente e senza troppe pretese un ristorante a Milano o Roma e dintorni.
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Gastro Tour 2005 - Il video

Il videoclip del Gastro Tour 2005 che ha portato quattro intrepidi viaggiatori in Sardegna e Corsica alla scoperta di ristoranti e cibi tipici.

Regia: le Locuste
Editing: Navigatore Capo
Post-produzione: Gario (Cumpa del Chinotto)


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