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Osti sull'orlo di una crisi di nervi

Il libro di Valerio Massimo Visintin ha un solo, gravissimo difetto: è praticamente perfetto. Difficile non condividere punto per punto e pagina per pagina le osservazioni del celebre critico del “Corriere della Sera” e di “ViviMilano”, impossibile non farsi strappare una risata da qualcuna delle sue velenose frecciate; al massimo si potrebbe dubitare del suo piglio moralista tanto esasperato da apparire talvolta naïf, ma sinceramente è arduo tacciare di ingenuità un autore che si presenta alle proprie conferenze stampa con tanto di passamontagna e cappello nero (anche in piena estate) per nascondere le sue fattezze. La verità è che Visintin – con tutte le “i” al loro posto – sa scrivere, e bene, ma sa allo stesso tempo creare e alimentare il suo personaggio di incorruttibile censore delle vicende della ristorazione milanese, e dei suoi cantori. Il segreto del suo successo è, al tempo stesso, la sua condanna: aver scelto una nicchia iperlocale e insieme globalizzata, quella della cerchia dei Navigli, che come abbiamo più volte denunciato costituisce una sorta di girone infernale per i gastroamatori. Un calderone che raccoglie probabilmente molti pregi, ma sicuramente tutti i difetti del mondo del “fooding” italiano; e Visintin li smaschera implacabilmente, talvolta con un certo spirito vendicativo alla V per Vendetta (appunto), a volte invece con genuino rimpianto nei confronti di una Milano del passato raccontata per anni dal padre, anch’egli giornalista del Corriere. E il risultato finale, per quanto ridotto nelle dimensioni, è davvero un indispensabile vademecum per chiunque voglia guardare con occhi disincantati a un mondo troppo spesso idealizzato anche da chi lo racconta.

Osti sull’orlo di una crisi di nervi” (pubblicato da Terre di Mezzo, 136 pagine per 10 euro) è in massima parte un florilegio di post già pubblicati sul blog che Visintin tiene dal 2009, ma può essere consigliato anche ai più affezionati lettori del medesimo blog, che apprezzeranno i pochi ma godibilissimi scritti inediti. Efficace, del resto, è anche la selezione operata dall’autore, che riesce a condensare in poche righe i temi dominanti della scena culinaria nazionale. Brevissimo ma emblematico il capitolo d’apertura, dedicato al cavallo di battaglia del critico meneghino: l’anonimato del recensore, che a giudizio di Visintin non deve mai intrattenere rapporti di conoscenza o tantomeno di amicizia con ristoratori e cuochi che siano oggetto del suo lavoro, onde evitare inestricabili conflitti d’interesse. Magari si può discutere sull’intransigenza estremista dell’autore, ma certo è difficile dargli torto sul principio, in un settore – e in un paese – in cui anche quella che dovrebbe essere pura informazione di servizio è spesso considerata come un favore (o uno sgarbo) personale. Tanto più che, sostiene Visintin, restare anonimi al ristorante è facilissimo, fatta salva qualche acrobazia per prendere nascostamente appunti; assai più difficile, invece, arrampicarsi sui proverbiali vetri per giustificare critiche immancabilmente all’acqua di rose e marchette travestite da recensioni.

Rotto il ghiaccio con questo elogio dell’incognito (che compare pure nel sottotitolo del volume), l’autore si scatena e dà fondo a tutto il suo repertorio, demolendo la presunta “alta cucina” e la vuota arroganza dei cuochi stellati, sferzando i ristoratori improvvisati o imbroglioni, accanendosi sui sommelier e persino sugli amici che hanno avuto l’ardire di invitarlo a cena. L’acme del sarcasmo, Visintin lo riserva naturalmente ai colleghi: i critici da guida gastronomica in delirio di onnipotenza, ma anche Lonely Planet e Trip Advisor, i protagonisti dei cooking show televisivi e i foodblogger, rei di essersi fatti trascinare nello stesso mondo di frivolezze e cortesie reciproche in cui da anni sguazza la stampa di settore. Insomma, ce n’è per tutti ed è inevitabile un vago senso di colpa per essersi macchiati, presto o tardi, di almeno una delle colpe individuate dall’inflessibile inquisitore. Il gusto demolitore del critico sconfinerebbe anche nella presunzione, se non fosse per l’ironia e l’autoironia che permeano ogni singola riga del libro, restituendogli la sua dimensione di arguta e semiseria raccolta di riflessioni. E se non fosse perché sappiamo che Visintin, da sincero innamorato del cibo e del giornalismo, ha anche qualcosa di buono da raccontare...

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Foto da Tuttofood 2013

Una fiera dell'alimentazione tutta mirata al business, ma con qualche piacevole sorpresa: ecco le curiosità dell'edizione 2013 di Tuttofood, tenutasi a Milano dal 19 al 22 maggio.


La mappa della fiera


Un testimonial d'eccezione: Andrea Lucchetta!


I Simpson e le uova in scatola: rivoluzione o raccapriccio?



Lo scenografico stand dei prosciutti DOK Dall'Ava


Il Navigatore Capo con un marchio storico per gli amanti della birra
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Foto dal Vinitaly 2013

All'edizione 2013 del Vinitaly pochi fronzoli e tanta sostanza, ma le occasioni per qualche scatto curioso non sono comunque mancate: ecco le foto più interessanti. Leggete il nostro reportage per saperne di più!


Un benvenuto a tutti i visitatori


Si discute davanti a un bicchiere (o più)


Uno stand piuttosto inquietante


Traffico in Umbria...


Il Navigatore Capo ritrova la sua patria


Alle porte dell'Abruzzo


Un grappolo che fa riflettere


Espositori minimalisti


Bacco ha di che festeggiare, anche in versione "street"


Un brindisi ai vini emiliani!


E alla fine c'è chi paga le conseguenze...

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Non c'è peggior sobrio di chi non vuol bere

Sobrietà e vino sono due concetti che in apparenza non sembrano andare troppo d’accordo. Eppure è proprio "sobrio" il termine che più spesso ci torna alla mente nel corso della ricerca di un’impossibile sintesi dell’edizione 2013 del Vinitaly, tenutasi a Verona dal 7 al 10 aprile scorsi. E per certi versi si tratta di una sorpresa, considerando i proclami della vigilia e gli ospiti VIP annunciati in pompa magna (ehm) come Rocco Siffredi, ma anche Matteo Renzi o Mario Balotelli; invece, a dispetto delle premesse, il Vinitaly ha lasciato da parte lustrini e paillettes per abbracciare una filosofia decisamente pragmatica e concreta. Gli affari sono affari, diceva qualcuno, e la kermesse veronese sembra aver ormai svoltato, non più solo a parole, nella direzione di una manifestazione scopertamente B2B, lasciandosi alle spalle l’anima consumer (tanto per usare alcune orribili definizioni markettare). Lo ha fatto da un lato attraverso la radicale modifica al calendario, spostato fin dallo scorso anno in periodo infrasettimanale, e dall’altro assumendo una fisionomia sempre più mirata alla conquista dei clienti stranieri, principale e forse unica valvola di sfogo per un mercato che nel nostro paese sta diventando sempre più asfittico.

Non perderemo tempo a tediarvi per l’ennesima volta con la tiritera del troppo vino a disposizione e del poco tempo per farsi un’idea di massima del panorama enologico, soprattutto se si ha un solo giorno da dedicare alla fiera. I numeri però restano davvero impressionanti: 4.200 espositori, in crescita del 6% rispetto allo scorso anno, e oltre 148.000 visitatori. Soprattutto, aumentano a vista d’occhio le presenze estere: 53.000 le visite da ben 120 diversi paesi (con una crescita del 10% rispetto al 2012), 2.643 giornalisti di 47 nazionalità diverse. Un boom che non è soltanto quantitativo: gli stessi espositori sottolineano che anche i consumatori maggiormente inesperti, come russi e cinesi, non si accontentano più del “vino per il vino” ma sono ben disposti ad apprezzare le differenze relative al vitigno, all’invecchiamento, al territorio d’origine. Cosa che, paradossalmente, non sanno più fare gli italiani: la domanda interna è da anni in calo inesorabile, e così pure l’abitudine al consumo. Basteranno a rilanciarle iniziative come il Vinitaly Wine Club, innovativa piattaforma di e-commerce inaugurata proprio in coincidenza con la fiera, oppure l’annunciato accordo tra cantine e grande distribuzione, che per ora sembra limitarsi alla crescente diffusione di vini a marca commerciale, da Coop a Carrefour?

Una cosa è certa: l’aspetto meno rutilante e circense del Vinitaly, se pure è realtà e non semplice impressione, non si può certo attribuire all’onnipresente crisi. Anzi, varcando le porte di Veronafiere sembra per certi versi di entrare in una macchina del tempo, tornando indietro fino agli anni in cui il commercio non significava per forza “lacrime e sangue”: il settore del vino è uno fra i pochi in Italia, se non l’unico, che riesce a mantenersi ancora in crescita e il clima che si respira in fiera ne è diretta conseguenza. Forse dipende anche dall’organizzazione decisamente più funzionale: superate le difficoltà di connessione, wireless e telefonica, dello scorso anno, migliorata anche la gestione dei parcheggi e del traffico.
Le tendenze enologiche vere e proprie sono, come sempre, più difficili da individuare: spicca lo spazio sempre maggiore riservato ai prodotti “derivati”, dal gelato al Recioto ai cioccolati aromatizzati, dai “vini medioevali” (vedi sotto per l’eccezionale Polvere di Ippocrasso) ai distillati di ogni ordine e gradazione. Tra una scultura di tappi di sughero e un mega-grappolo in vetro, spiace non aver visitato lo stand di Coldiretti, in cui venivano presentate le peggiori nefandezze vinicole d’Europa… Una pecca, per chiudere, la dobbiamo trovare, e riguarda il cibo: scomparsi gli stand esterni di qualità delle scorse edizioni, per alimentarsi restano solo ristoranti a tema (costosi economicamente, ma soprattutto in termini di tempo!) o in alternativa gli squallidi simil-autogrill interni. Troppo poco per una fiera che dovrebbe saper abbinare il buon vino a un’adeguata offerta gastronomica.

Chiudiamo con la nostra solita opinabilissima mini-rassegna degli stand, ma prima lasciamo la parola a chi ne sa di più: ecco i link agli interessanti post del Gambero Rosso, di Aristide e del Cucchiaio d’Argento. E c’è anche chi ha espresso i nostri stessi concetti in modo appena più esplicito

Ca' Lojera - Sirmione (BS): Una delle più belle sorprese della rassegna questa azienda a conduzione familiare sul lago di Garda, con le sue eccellenti varietà di Lugana: dalla fruttata versione base all'elegante Lugana Superiore, fino allo straordinario Lugana del Lupo, vinificato tutto in acciaio e ricchissimo di profumi e suggestioni. A completare il quadro anche la linea Monte della Guardia con Merlot e un ottimo Cabernet rosato, e il Brut millesimato Tur Branc. Di gran classe il design delle etichette.

Mesa - Sant'Anna Arresi (CI): Il sogno del pubblicitario Gavino Sanna si è realizzato con questa cantina nel sud-ovest della Sardegna, ma anche prima di sapere chi c'era dietro sono stati in tanti a innamorarsi del design essenziale e affascinante delle sue bottiglie, oltre che del loro contenuto. Al punto che il Buio e il Buio Buio, Carignano del Sulcis in purezza con diversi invecchiamenti, in meno di un decennio sono diventati forse i rossi più richiesti dell'isola.Tra i tanti altri esperimenti da provare il Malombra, riuscito blend di Syrah e Carignano, e i Vermentini Giunco e Opale.

Franz Haas - Montagna (BZ): Sarebbe da ammirare anche solo per le magnifiche etichette disegnate dall'artista Riccardo Schweizer. Ma poi c'è anche il vino, e che vino: protagonista assoluto il Pinot Nero, il "bianco tra i rossi", anche in versione Rosé. Assolutamente da provare anche il Manna, che non ha nulla a che vedere con il favoloso cibo divino ma prende nome dalla moglie di Franz: un geniale blend di Riesling, Chardonnay, Sauvignon e Traminer che abbina l'aroma pungente di quest'ultimo a struttura e personalità. Per restare in famiglia ci sono anche i rossi Sofì, dedicati alla figlia del proprietario. E poi ancora Pinot Bianco, Pinot Grigio, Moscato, Sauvignon...

Agriturismo Parcoverde - Grumento Nova (PZ): Vista la location nel cuore della Val d'Agri avrà senza dubbio i suoi meriti paesaggistici e gastronomici, ma a noi interessa soprattutto la fenomenale Polvere d'Ippocrasso, un "vino medioevale" preparato seguendo un'antichissima ricetta che la leggenda dice risalire a Ippocrate. Il vino è un Bordolese aromatizzato con miele, cannella, galanga secca, zenzero e pepe nero: delizioso da solo, celestiale in abbinamento con il cioccolato. Viene utilizzato anche come ingrediente per dolci di pregio.

Terre de' Trinci - Foligno (PG): Avete presente il Montefalco Sagrantino? Se non è così, venite a scoprirlo da queste parti, in casa di una delle cantine che lo ha lanciato nella sua versione oggi più diffusa. L'Ugolino è una vera bomba di acidità e personalità, un vino che non passa inosservato. Ma il Sagrantino, fino agli anni Sessanta, era soprattutto Passito: da apprezzare anche oggi per il suo carattere poco dolce e molto aromatico. Infine da provare il Cajo, più morbido e accomodante, blend di Sagrantino, Merlot e Cabernet.

Vallerosa Bonci - Cupramontana (AN): Avevamo già parlato in passato di quello che resta probabilmente uno dei migliori Verdicchio dei Castelli di Jesi sul mercato. Le diverse etichette prendono nome dalle contrade d'origine: ottimi sia il San Michele, sia il Le Case. Il Manciano è il più fresco e aromatico, la riserva Pietrone il più strutturato. Da non perdere anche l'ottimo passito Rajano, affinato in barrique dai 4 ai 5 mesi.

Tenuta Vitanza - Montalcino (SI): Una delle cantine depositarie dell'antichissima cultura del Brunello di Montalcino. La versione "Tradizione" è la più Classica, poi c'è la Riserva invecchiata per 2 anni in tonneau e per altrettanti in botte di rovere: se ne producono 5000 bottiglie all'anno, vale la pena di aggiudicarsene una. Tra gli altri prodotti Rosso di Montalcino e Chianti, ma anche il Supertuscan Quadrimendo (blend di Merlot e Sangiovese) e la Grappa di Brunello.

Cantina Sociale Cesanese del Piglio - Piglio (FR): Il modo migliore per scoprire il dolce e aromatico Cesanese, giovane DOC alla conquista di nuovi adepti, è cominciare da questa cantina sociale che propone tra l'altro l'Etichetta Rossa di base e l'eccellente Etichetta Oro affinato per 20 mesi in botti di rovere. Tra gli altri prodotti, Passerina Etichetta Oro ed Etichetta Verde, anche in versione spumante.

Sara & Sara - Savorgnano del Colle (UD): Questa azienda dei Colli Orientali del Friuli ha la particolarità di incentrare gran parte della propria produzione su uve appassite in graticci, o surmature: con questa tecnica vengono prodotti non solo i passiti come Verduzzo e Il Gamè, ma anche il bianco Friulano e i rossi Merlot e Refosco. Altri vini, come Il Picolit e il rosso Il Rio Falcone, derivano invece dal procedimento di non filtrazione dei vini. Ma anche il più classico Pinot Nero regala forza ed eleganza.

Alliata - Trapani: Il vino fa buon sangue e buon sangue non mente. Giuseppe Alliata Moncada imbottigliò nel 1824 il primo "Duca di Salaparuta", entrando nella storia dell'enologia nazionale; la sua pronipote Claudia Alliata di Villafranca segue le sue orme nelle tenute che circondano Trapani. Qui crescono vitigni indigeni come il Grillo, alla base del Taya, e l'Insolia, che insieme allo Chardonnay compone il Mommo. Ma il meglio lo danno i rossi, dedicati ai tre Re Magi: il Syrah Melkiòr, il Nero d'Avola Kaspàr e soprattutto il profumatissimo e tannico Merlot Baltasàr, tutti affinati in barrique.

Cantine Catena - Montefalcione (AV): Quando si dice il marketing: avere un cognome "parlante" può essere un buon pretesto anche per inventare una linea di vini. Come il rosso Intrecci, un Aglianico invecchiato per 18 mesi in barrique; il Greco di Tufo Trame, fresco e fruttato; ma soprattutto l'eccellente Fiano di Avellino Legàmi, tanto aromatico quanto strutturato. Bottiglie esposte, tanto per non uscire di metafora, su un portabottiglia a forma di... catena, appunto.

Val d'Oca - San Giovanni in Valdobbiadene (TV): Gigantesca cantina costituita nel 1952 che raccoglie oltre 568 produttori per più di 700 ettari di terreno. Anche la produzione vinicola è sterminata, dal Brut Val d'Oca (Gran Medglia d'oro al Vinitaly) all'Extra Dry Millesimato Val d'Oca (Etichetta d'Oro per il packaging). Il Prosecco naturalmente domina, ma ci sono anche Moscato, Marzemino, Marca Trevigiana e una serie di distillati.

Cantina Gonzaga - Gonzaga (MN): Una cantina "frizzante" nel carattere e nella produzione, che con una aggressiva strategia di marketing prova a rinnovare la tradizione mantovana. Il prodotto di punta è sempre il Manté Rosso, tipico Lambrusco mantovano, ma ci sono anche il Manté Rosé, il Manté Extra Dry (spumante da uve Lambrusco e Chardonnay) e il Goccia d'oro, una Malvasia dolce da mosto parzialmente fermentato.

La Battagliola - Castelfranco Emilia (MO): Solo ed esclusivamente Lambrusco Grasparossa in quasi 50mila bottiglie all'anno per una giovane cantina nata nel 1999, ben identificata dal motto "Saliens e Titillans": i risultati sono incoraggianti.

La Smilla - Bosio (AL): Il senso di Smilla non è per la neve, ma per... il Gavi: questa cantina minimale come le sue bottiglie si dedica principalmente al bianco alessandrino per eccellenza, in diverse varietà tra cui spicca il Bergi, prodotto nell'omonimo podere. L'unico tocco di eccentricità è il Calicanto, un'originale blend con base Barbera affinato per un anno in rovere.

Sobrietà e vino sono due concetti che in apparenza non sembrano andare troppo d’accordo. Eppure è proprio questo il termine che più spesso ci torna alla mente nel corso della ricerca di un’impossibile sintesi dell’edizione 2013 del Vinitaly, tenutasi a Verona dal 7 al 10 aprile scorsi. E per certi versi si tratta di una sorpresa, considerando i proclami della vigilia e gli ospiti VIP annunciati in pompa magna (ehm) come Rocco Siffredi, ma anche Matteo Renzi o Mario Balotelli; invece, a dispetto delle premesse, il Vinitaly ha lasciato da parte lustrini e paillettes per abbracciare una filosofia decisamente pragmatica e concreta. Gli affari sono affari, diceva qualcuno, e la kermesse veronese sembra aver ormai svoltato, non più solo a parole, nella direzione di una manifestazione scopertamente B2B, lasciandosi alle spalle l’anima consumer (tanto per usare alcune orribili definizioni markettare). Lo ha fatto da un lato attraverso la radicale modifica al calendario, spostato fin dallo scorso anno in periodo infrasettimanale, e dall’altro assumendo una fisionomia sempre più mirata alla conquista dei clienti stranieri, principale e forse unica valvola di sfogo per un mercato che nel nostro paese sta diventando sempre più asfittico.

Non perderemo tempo a tediarvi per l’ennesima volta con la tiritera del troppo vino a disposizione e del poco tempo per farsi un’idea di massima del panorama enologico, soprattutto se si ha un solo giorno da dedicare alla fiera. I numeri però restano davvero impressionanti: 4.200 espositori, in crescita del 6% rispetto allo scorso anno, e oltre 148.000 visitatori. Soprattutto, aumentano a vista d’occhio le presenze estere: 53.000 le visite da ben 120 diversi paesi (con una crescita del 10% rispetto al 2012), 2.643 giornalisti di 47 nazionalità diverse. Un boom che non è soltanto quantitativo: gli stessi espositori sottolineano che anche i consumatori maggiormente inesperti, come russi e cinesi, non si accontentano più del “vino per il vino” ma sono ben disposti ad apprezzare le differenze relative al vitigno, all’invecchiamento, al territorio d’origine. Cosa che, paradossalmente, non sanno più fare gli italiani: la domanda interna è da anni in calo inesorabile, e così pure l’abitudine al consumo. Basteranno a rilanciarle iniziative come il Vinitaly Wine Club, innovativa piattaforma di e-commerce inaugurata proprio in coincidenza con la fiera, oppure l’annunciato accordo tra cantine e grande distribuzione, che per ora sembra limitarsi alla crescente diffusione di vini a marca commerciale, da Coop a Carrefour?

Una cosa è certa: l’aspetto meno rutilante e circense del Vinitaly, se pure è realtà e non semplice impressione, non si può certo attribuire all’onnipresente crisi. Anzi, varcando le porte di Veronafiere sembra per certi versi di entrare in una macchina del tempo, tornando indietro fino agli anni in cui il commercio non significava per forza “lacrime e sangue”: il settore del vino è uno fra i pochi in Italia, se non l’unico, che riesce a mantenersi ancora in crescita e il clima che si respira in fiera ne è diretta conseguenza. Forse dipende anche dall’organizzazione decisamente più funzionale: superate le difficoltà di connessione, wireless e telefonica, dello scorso anno, migliorata anche la gestione dei parcheggi e del traffico.
Le tendenze enologiche vere e proprie sono, come sempre, più difficili da individuare: spicca lo spazio sempre maggiore riservato ai prodotti “derivati”, dal gelato al Recioto ai cioccolati aromatizzati, dai “vini medioevali” (vedi sotto per l’eccezionale Polvere di Ippocrasso) ai distillati di ogni ordine e gradazione. Tra una scultura di tappi di sughero e un mega-grappolo in vetro, spiace non aver visitato lo stand di Coldiretti, in cui venivano presentate le peggiori nefandezze vinicole d’Europa… Una pecca, per chiudere, la dobbiamo trovare, e riguarda il cibo: scomparsi gli stand esterni di qualità delle scorse edizioni, per alimentarsi restano solo ristoranti a tema (costosi economicamente, ma soprattutto in termini di tempo!) o in alternativa gli squallidi simil-autogrill interni. Troppo poco per una fiera che dovrebbe saper abbinare il buon vino a un’adeguata offerta gastronomica.

Chiudiamo con la nostra solita opinabilissima mini-rassegna degli stand, ma prima lasciamo la parola a chi ne sa di più: ecco i link agli interessanti post del Gambero Rosso (http://www.gamberorosso.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=336145:-vinitaly-report-non-solo-vino-di-rocco-siffredi-numeri-tendenze-vini-degustazioni-e-vignaioli-facciamo-il-punto&lang=it&Itemid=1), di Aristide (http://www.aristide.biz/2013/04/il-vinitaly-globale.html) e del Cucchiaio d’Argento (http://www.cucchiaio.it/attualita/il-sabato-del-villaggio-anche-nel-2013-il-vinitaly-accadde/). E c’è anche chi ha espresso i nostri stessi concetti in modo appena più esplicito…. (http://www.cibvs.com/post/28/291540/esclusivo-meno-gnocca-al-vinitaly-2013)

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A cena sul social divano

Tempi moderni, tempi in cui tutto è social, almeno in riferimento all’universo dei mezzi di comunicazione (visto che, a quanto sembra, l’uomo lo è sempre stato). In questo senso ci avevano visto davvero lungo i creatori della Social Media Week, nata cinque anni fa, quando dalle nostre parti quasi neppure si sapeva di che si parlasse, e oggi esportata in 26 città del mondo tra cui Milano.
Per inaugurare l’edizione meneghina del 2013, che ha preso il via lunedì 18 febbraio, si è scelto proprio il tema del cibo: non certo un caso, visto che tra recensioni di ristoranti, foto di piatti, blog di ricette e commenti ai cooking show più in voga, il “social food” è stato forse la tendenza più evidente degli ultimi mesi in rete. Allo Urban Center, in Galleria Vittorio Emanuele, un parterre fin troppo ricco (nove relatori in un’ora!) ne ha sviscerato le principali articolazioni.

Il critico Davide Oltolini, volto noto della televisione, ammette di essere un neofita di Twitter ma ne trova subito la definizione più azzeccata: “la cosa intrippante è che è come un grande divano collettivo su cui tutti si siedono a commentare. Per chi lavora in tv è molto utile, garantisce un feedback immediato, anche se funziona solo con certe fasce d’età”. Sempre su Twitter, ma dal lato utente, si concentra Elisa Pella, dell’ufficio stampa di Identità Golose: “I cuochi lo usano poco e male, perché richiede troppo tempo rispetto ai loro ritmi. Piace di più Facebook, ma il social degli chef per eccellenza è Instagram, grazie all’immediatezza delle foto. Nell’uso del web il cuoco è come un qualunque foodie: mostrano la loro spesa e gli ingredienti acquistati, si contattano tra loro, soprattutto amano fotografare e commentare i ristoranti dei colleghi”. Gabriele Zanatta, ancora di Identità Golose, aggiunge che i social network “influiscono anche sull’agire dei cuochi: intanto forniscono ispirazione su piatti e ricette, anche se al tempo stesso rendono più difficile copiare. E poi, visto che trasmettono le immagini ma non i sapori, tendono a incentivare i piatti belli rispetto a quelli buoni. Ultimamente, però, c’è chi si ribella a questo trend”. I numeri, comunque, certificano ciò che tutti già sanno: “Dai social ci arriva solo il 15% dei visitatori, la potenza della televisione non ce l’ha nessuno”.

Televisione vuol dire anche Master Chef, la trasmissione del momento: “Ormai ci sono molte centinaia di commenti a puntata – sottolinea Sara Porro, di Dissapore – e la produzione, a differenza della prima edizione, è intervenuta per agevolare l’interazione, ma anche per vincolare i concorrenti con precise regole. Twitter mi piace perché si creano dei veri e propri gruppi d’ascolto come negli anni Cinquanta con la TV. Le relazioni virtuali non sono in contrasto con quelle reali: entrambe danno profondità all’esistenza”. E i blogger come vivono l’apporto dei social network? C’è chi, come Lisa Casali (Ecocucina), si limita a sfruttarli per raccogliere idee e consigli dei lettori e chi, magari suo malgrado, ne ha fatto un’arma vincente. Questo è il caso di Sonia Peronaci di Giallo Zafferano, uno dei siti “personali” più visitati in Italia: “Il boom c’è stato quando ho messo il mio nome e la faccia sul sito, facendolo diventare davvero social. Anche il contatto con la televisione l’ho avuto grazie a Facebook”. Blogger decisamente atipico è Claudio Sacco, il Viaggiatore Gourmet che ha creato Altissimo Ceto: “Sono stato forse il primo a fotografare i piatti, oggi lo fa chiunque e anche con altissima qualità. Non sempre gli chef apprezzano: c’è chi crede che i social rovinino la sorpresa, e del resto nel mondo della ristorazione c’è spesso poca trasparenza, anche sui prezzi. Io credo che Internet obblighi i cuochi a giocare a carte scoperte: dalle foto si capiscono tante cose del ristorante, ben al di là della descirizione, e l’aspetto social rende la condivisione immediata e democratica. A chi legge interessa vedere una foto vera, prima ancora che bella”.
Si chiude così con il campo minato delle recensioni via web: “Non è facile spiegare ai titolari dei locali che la recensione non è sempre una minaccia” ammette sconsolata Claudia Resta di Yelp. Possiamo decisamente capirla…

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