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Il paradosso di Farinetti

Dopo la legge di Murphy e la congettura di Fibonacci, eccolo qua il paradosso di Farinetti: tutelare i piccoli produttori attraverso la grande distribuzione. Si può? Si deve, secondo il vulcanico imprenditore piemontese, l’uomo che vendette UniEuro per fondare Eataly, la catena di distribuzione d’eccellenza (e per eccellenza). Sulla scorta del suo esempio, ma anche della crisi galoppante e di una sempre maggiore consapevolezza dei consumatori, in molti stanno cercando una ricetta per uscire dalla dominante standardizzazione dei prodotti e dalla corsa al sottocosto. Se ne è parlato durante il Salone del Gusto di Torino, in una gremita Sala Gialla, nel corso della conferenza “Ripensare la grande distribuzione: è possibile?”. Ospiti, tra gli altri, lo stesso Oscar Farinetti e il presidente di Coldiretti Sergio Marini, ma anche Vincenzo Tassinari (COOP), Fabio Sordi (Auchan), Lorette Picciano della Rural Coalition, associazione di piccoli agricoltori USA, e Hugo Valdes di Cooperativas Sin Fronteras, che ha contribuito a lanciare in tutto il mondo il commercio equo e solidale. La formula vincente la trova il moderatore Bruno Scaltritti (dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo), che descrive la distribuzione alimentare come una “clessidra”: da una parte c’è la galassia dei produttori, dall’altra un numero sterminato di negozi e di consumatori, in mezzo il “restringimento” dei centri d’acquisto. Come superarlo?

Di risposte definitive in questo senso, com’era prevedibile, non ne arrivano. Di suggestioni però sì, e tante. Le più provocatorie sono come sempre quelle di Farinetti: “Questa crisi è proprio quello che ci voleva, ci aiuterà a volare più basso e a essere più umani. Verità e semplicità sono il marketing migliore”. E poi, più pacatamente: “La distribuzione degli ultimi trent’anni ha puntato sempre sui prezzi bassi e mai sul racconto del prodotto. Tutti gli altri beni, dai cellulari alle automobili, si vendono perché sono stati caricati di valore immateriale: solo col cibo non siamo stati capaci di farlo. Ora è il momento della qualità: noi siamo orgogliosi di pagare le carni della Granda il 32% in più. Ed è anche il momento di andare all’estero, visto che il 22% dei cibi consumati in Italia è distribuito dai francesi, mentre noi ci scanniamo per un punto vendita a Cinisello Balsamo…”. Francesi, quindi Auchan. Che però, con Fabio Sordi, rivendica la propria italianità: “Noi vogliamo sostenere i produttori locali, non a caso abbiamo creato una linea ad hoc. Il nostro contributo serve ad aiutarli nell’esportazione, prima di tutto interna, tra le varie regioni d’Italia, e poi oltreconfine, dove potremmo vendere 10 volte tanto”. E Tassinari dice la sua per la COOP: “Siamo a un bivio per la grande distribuzione: prezzo basso a tutti i costi o un percorso legato ai valori? Noi puntiamo sulla seconda strada, la reputazione è importante. Non vogliamo più essere visti come chi fagocita i produttori, vogliamo collaborare con loro”.

Un tema forte è quello dell’identità: il nome del produttore deve comparire sull’etichetta, insieme alla storia e agli ingredienti del prodotto. Non come oltreoceano, dove – racconta Lorette Picciano – “gli ipermercati con i loro marchi hanno contribuito al declino delle comunità rurali. Dobbiamo creare un’alternativa e lottare per stabilire accordi favorevoli ai produttori e scavalcare il labeling attuato dalle grandi catene”. Sergio Marini è più esplicito che mai: “La strategia vincente è provare a raccontare la verità ai cittadini, solo così si aggiunge valore al cibo. Ci piacerebbe che nel momento in cui il prodotto arriva al consumatore finale si potesse chiarire chi e come lo ha coltivato o trasformato”. Anche se poi, soprattutto nei paesi meno sviluppati, c’è chi alla distribuzione non ci arriva nemmeno: “Il problema delle ingiustizie nel commercio non è risolto – dice Valdes – è insostenibile che un produttore riceva soltanto il 10% del valore finale del prodotto. Devono esserci norme molto chiare, fra cui quella sui prezzi minimi, e deve essere evitata la speculazione che decide i prezzi degli alimenti indipendentemente dalla produzione. Abbiamo ottenuto buoni risultati ma non possiamo accontentarci, dobbiamo avvicinarci sempre di più ai consumatori”. E ancora Farinetti chiude il cerchio ragionando sui massimi sistemi: “La civiltà dei consumi ha funzionato da Dio, oggi non funziona più perché è saltato un anello della catena: il lavoro. Dobbiamo mettere tutte le nostre energie sulla forza lavoro: basterebbe, per esempio, eliminare i diserbanti per raddoppiare immediatamente il numero di posti a disposizione. Poi, certo, bisognerà promuovere sul mercato le attività che scelgono questa via. Una proposta? Creiamo un marchio, una mela tricolore, che identifichi tutti i prodotti “puliti”. Vedrete che successo avrà”. E se lo dice lui, c’è da crederci…

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Il mondo è già cambiato

Chi non fosse passato per Torino dal 25 al 29 ottobre potrebbe coltivare il dubbio che in fondo sia successo poco o niente, che gli ennesimi numeri impressionanti sciorinati dagli organizzatori del Salone del Gusto e Terra Madre220mila visitatori con un incremento del 10%, 16mila partecipanti alle 56 conferenze, 8000 studenti, 15mila app scaricate – siano soltanto ordinaria amministrazione per una manifestazione ormai standardizzata, sia pure con la sua atipica cadenza biennale. Invece è tutto il contrario, e se si può parlare dell'edizione "più bella di sempre" del festival di Slow Food è perché davvero, nei cinque giorni del Lingotto, è accaduto qualcosa di nuovo e di travolgente. L'unione con Terra Madre (l'incontro mondiale delle Comunità del Cibo composte da agricoltori, allevatori e produttori), lungi dal costituire un semplice matrimonio di convenienza, si è rivelata essenziale per dare un'impronta nuova all'intera manifestazione: per la prima volta il grande pubblico ha potuto partecipare in prima persona a incontri e convegni sul futuro dell'alimentazione (e, quindi, del nostro pianeta) e, di converso, toccare con mano e assaggiare i prodotti delle comunità agricole di mezzo mondo, finalmente dotate di un intero padiglione a loro disposizione. Il modo migliore, se non l'unico, per assimilare il messaggio che Slow Food sta tentando di trasmettere da anni: mangiare non vuol dire solo nutrirsi, ma anche arricchirsi culturalmente, condizionare l'economia e la società, in fin dei conti "cambiare il mondo", come recita lo slogan della manifestazione.

Poi, certo, il Salone è sempre il Salone, con i suoi corridoi a perdita d'occhio e la folla oltre ogni previsione già a partire dalla giornata di venerdì, e per goderselo nel migliore dei modi occorre un utilizzo consapevole. Ci sono almeno quattro modi per avvicinarsi alla manifestazione torinese, distinti e complementari: c'è chi fa il turista, lasciandosi trascinare dalla curiosità e dall'appetito alla scoperta delle eccellenze gastronomiche del pianeta, e chi ha già l'occhio da compratore, pronto a portarsi a casa prelibatezze difficilmente raggiungibili nella vita di tutti i giorni. C'è un approccio culturale, volto ad apprendere quanto più possibile da dibattiti, tavole rotonde e presentazioni (ce ne sono state decine, dai libri ai progetti di recupero del cibo sprecato), e ce n'è uno didattico, incentrato sulla partecipazione ai laboratori, alle degustazioni e agli immancabili Master of Food. La scelta migliore è ovviamente quella di mescolarli tutti, compatibilmente con il tempo a disposizione, visto che praticamente ogni stand nasconde il fascino di una produzione artigianale e di una storia da raccontare. La realtà è che purtroppo è facile fermarsi al primo livello, considerando il Salone come una semplice mostra-mercato e perdendo un'ottima chance per accrescere le proprie conoscenze in materia di nutrizione, agricoltura, economia: triste, per esempio, vedere solo una decina di persone alla proiezione di "LoveMEATender", un documentario sulla filiera della carne che meriterebbe di essere mostrato quotidianamente in prima serata a tutti i consumatori.

 

Suggestioni, profumi e sapori dei tre padiglioni su cui si è articolato il Salone (più di 80mila metri quadri di esposizione) sono tanti da rimanere storditi e da rendere impossibile ogni rassegna. Ogni genere di prodotto alimentare era rappresentato a Torino, dalla carpa affumicata della Polonia al mandarino tardivo di Ciaculli, dal Pallone di Gravina (tipico formaggio tondo pugliese) al "sago pudding" malese, un dolce a base di una sorta di tapioca con sciroppo di palma e latte di cocco; su tutti vince però la birra artigianale, un fenomeno esploso negli ultimi anni fino a diventare grande protagonista della rassegna, con decine di stand e di produttori da ogni regione.
Impossibile poi non citare i cibi di strada, dal cacciucco livornese al palermitano pani c'a meusa; la frequentatissima Piazza della Pizza, l'Enoteca con centinaia di vini da tutta Italia, la curiosa "smoking room" di sigari toscani. E poi ancora una degustazione guidata alla scoperta del fritto di verdure laziale, un laboratorio sul recupero dei prodotti alimentari a cura dello chef napoletano Antonio Tubelli, un interessante dibattito sulla grande distribuzione con protagonista il fondatore di Eataly, Oscar Farinetti.

"Nonostante il difficile periodo che stiamo attraversando – nota in conclusione il presidente di Slow Food, Roberto Burdese – molti prodotti del Mercato erano esauriti già domenica sera, denotando una sempre maggiore attenzione del pubblico ai cibi di alta qualità. È tempo che lo stato di salute del comparto agroalimentare diventi la cartina di tornasole per comprendere la condizione del paese". E nel concomitante Congresso Internazionale di Slow Food il "deus ex machina" Carlo Petrini ha esortato così i delegati: "Il nostro impegno non deve fermarsi, e gli obiettivi sono ambiziosi. Nei prossimi quattro anni dobbiamo continuare il lavoro in Africa con sempre maggiore convinzione, e dobbiamo alimentare l'Arca del Gusto con nuovi prodotti tradizionali e varietà autoctone a rischio di scomparsa". Ne riparleremo nel 2014 ma, speriamo, anche molto prima.

Il paradosso di Farinetti - Ripensare la grande distribuzione
Voci dal Salone: Un brindisi con La Zia Ale
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Voci dal Salone: Un bicchierino di storia
LoveMEATender
- Un documentario sulla filiera della carne

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Talkin' about a revolution

La rivoluzione viene dal basso, e più in basso di così non potrebbe essere: diciamo che viene direttamente dalla terra. Alla fine si torna sempre lì, come ci ricorda la mela di Newton scelta per il logo del Salone del Gusto e Terra Madre, edizione 2012. Già: il festival torinese di Slow Food si ripresenta alla classica scadenza biennale in una nuova veste, frutto di un matrimonio per nulla inatteso. Tanto per riepilogare: il Salone del Gusto è la straordinaria kermesse in cui Slow Food mette in mostra le eccellenze gastronomiche italiane e mondiali, a partire dai Presìdi (oltre 300), prodotti tutelati e promossi dall’associazione piemontese. Terra Madre è invece un momento di incontro e confronto tra le Comunità del cibo di tutto il globo, formate da agricoltori, allevatori, pescatori e altri professionisti del settore; a questa edizione ne parteciperanno circa 400, provenienti da più di 100 paesi, e ciascuna di esse avrà uno stand dedicato. Ma soprattutto, per la prima volta, incontri e conferenze tra i produttori saranno aperti al pubblico. Per dare un’idea delle dimensioni, parliamo di oltre 200mila visitatori nei 5 giorni della rassegna (da giovedì 25 a lunedì 29 ottobre), con circa 1000 espositori (940 quelli registrati finora) distribuiti su un’area di 80.000 mq al Lingotto di Torino, più grande del 20% rispetto al 2010. Il tutto con un’attenzione particolare all’ambiente: già nella scorsa edizione l’impatto ambientale del Salone era stato ridotto del 65% - con una formula studiata, premiata e riproposta in tutto il mondo – e per quest’anno si punta a superare il 70%. Il discorso vale anche per la comunicazione: l’uso della carta è calato addirittura del 37%.

Una sbornia di numeri per introdurre una sbornia di sapori. I “Cibi che cambiano il mondo” (questo lo slogan della manifestazione) sembrano infiniti: dalla Cucina di Strada presentata nell’apposita area ai Presìdi Slow Food reinterpretati da 29 cuochi delle Osterie dell’Alleanza, dalla Piazza della Pizza alle Cucine di Terra Madre, e poi ancora l’Enoteca e il Teatro del Gusto, dove i grandi chef si esibiscono per la gioia degli occhi e della gola. Al visitatore la scelta: ci si può perdere nei corridoi fino a tarda sera (quest’anno la chiusura è fissata alle 23) oppure partecipare attivamente ai Laboratori del Gusto, agli incontri con gli autori, alle sessioni didattiche di Master of Food e Slow Food Educa, non solo per scolaresche. Ci sono addirittura alcuni “personal shopper” pronti a guidare i più indecisi tra uno stand e l’altro. Impossibile passare in rassegna tutti gli eventi in programma: segnaliamo tra quelli che più ci hanno colpito il laboratorio “Come nasce una birra?” di domenica 28 ottobre, con la partecipazione di Leonardo Di Vincenzo di Birra del Borgo, il documentario “LoveMEATender” sulla filiera del consumo di carne, in proiezione giovedì 25, e l’esposizione “Cibi che cambiano il mondo” allestita in piazza Carignano per tutta la durata della rassegna. Da non perdere naturalmente anche l’inaugurazione di giovedì alle 10, alla presenza del ministro Mario Catania, e la presentazione della nuova edizione della guida “Slow Wine” (domenica alle 15), accompagnata dalla degustazione di oltre 1000 etichette selezionate.

Di grande interesse, come anticipato, anche gli incontri e le conferenze in programma: si parlerà per esempio di “non-cibo”, ossia degli additivi e conservanti presenti nei prodotti alimentari, ma anche di benessere degli animali allevati, di “land grabbing” (l’accaparramento delle terre coltivabili che sta devastando il Sud America) e di nuovi progetti di agricoltura a km zero, con l’esempio del Parco Agricolo Sud di Milano. C’è spazio pure per la solidarietà, con l’iniziativa “Ricooperiamo” che porta al Salone i prodotti delle zone colpite dal terremoto della scorsa primavera.
La kermesse torinese, inoltre, sarà sempre più all’insegna della tecnologia: disponibili due app dedicate per iOS e Android, oltre a una pagina Facebook sempre aggiornata e ad account dedicati su Instagram e Pinterest. I più intraprendenti sono stati premiati tramite il concorso per diventare “social media reporter” del festival. E anche se ha poco di tecnologico, merita di essere segnalata l’iniziativa dell’Etichetta Narrante – decisamente ispirata al progetto Vino Parlante lanciato qualche anno fa da Autoctono – che riporterà, accanto ai dati del produttore, anche la storia e la composizione del prodotto, i metodi di produzione, i tempi e i modi di conservazione.

Qualche nota pratica per chiudere: il Salone è aperto tutti i giorni dalle 11 alle 23, lunedì dalle 11 alle 20. L’ingresso costa 20 euro a persona, con sconti per giovani fino ai 30 anni, over 65, soci Slow Food e altre categorie convenzionate; l’abbonamento per tutti i 5 giorni è in vendita a 60 euro. Il Lingotto si può raggiungere anche con i mezzi pubblici: nella giornata di lunedì il biglietto di autobus e metropolitane darà diritto all’ingresso a prezzo scontato.

(Articolo pubblicato anche su VareseNews)

La rivoluzione viene dal basso, e più in basso di così non potrebbe essere: diciamo che viene direttamente dalla terra. Alla fine si torna sempre lì, come ci ricorda la mela di Newton scelta per il logo del Salone del Gusto e Terra Madre, edizione 2012. Già: il festival torinese di Slow Food si ripresenta alla classica scadenza biennale in una nuova veste, frutto di un matrimonio per nulla inatteso. Tanto per riepilogare: il Salone del Gusto è la straordinaria kermesse in cui Slow Food mette in mostra le eccellenze gastronomiche italiane e mondiali, a partire dai Presìdi (oltre 300), prodotti tutelati e promossi dall’associazione piemontese. Terra Madre è invece un momento di incontro e confronto tra le Comunità del cibo di tutto il globo, formate da agricoltori, allevatori, pescatori e altri professionisti del settore; a questa edizione ne parteciperanno circa 400, provenienti da più di 100 paesi, e ciascuna di esse avrà uno stand dedicato. Ma soprattutto, per la prima volta, incontri e conferenze tra i produttori saranno aperti al pubblico. Per dare un’idea delle dimensioni, parliamo di oltre 200mila visitatori nei 5 giorni della rassegna (da giovedì 25 a lunedì 29 ottobre), con circa 1000 espositori (940 quelli registrati finora) distribuiti su un’area di 80.000 mq al Lingotto di Torino, più grande del 20% rispetto al 2010. Il tutto con un’attenzione particolare all’ambiente: già nella scorsa edizione l’impatto ambientale del Salone era stato ridotto del 65% - con una formula studiata, premiata e riproposta in tutto il mondo – e per quest’anno si punta a superare il 70%. Il discorso vale anche per la comunicazione: l’uso della carta è calato addirittura del 37%.

Si conferma anche, purtroppo, il ruolo marginale della provincia di Varese: escludendo la sede italiana di Ricola, il territorio è rappresentato soltanto da tre prodotti, i formaggi di Aristeo (Rancio Valcuvia), le birre dell’Orso Verde (Busto Arsizio) e le grappe della distilleria Rossi d’Angera.

 

Una sbornia di numeri per introdurre una sbornia di sapori. I “Cibi che cambiano il mondo” (questo lo slogan della manifestazione) sembrano infiniti: dalla Cucina di Strada presentata nell’apposita area ai Presìdi Slow Food reinterpretati da 29 cuochi delle Osterie dell’Alleanza, dalla Piazza della Pizza alle Cucine di Terra Madre, e poi ancora l’Enoteca e il Teatro del Gusto, dove i grandi chef si esibiscono per la gioia degli occhi e della gola. Al visitatore la scelta: ci si può perdere nei corridoi fino a tarda sera (quest’anno la chiusura è fissata alle 23) oppure partecipare attivamente ai Laboratori del Gusto, agli incontri con gli autori, alle sessioni didattiche di Master of Food e Slow Food Educa, non solo per scolaresche. Ci sono addirittura alcuni “personal shopper” pronti a guidare i più indecisi tra uno stand e l’altro. Impossibile passare in rassegna tutti gli eventi in programma: segnaliamo tra quelli che più ci hanno colpito il laboratorio “Come nasce una birra?” di domenica 28 ottobre, con la partecipazione di Leonardo Di Vincenzo di Birra del Borgo, il documentario “LoveMEATender” sulla filiera del consumo di carne, in proiezione giovedì 25, e l’esposizione “Cibi che cambiano il mondo” allestita in piazza Carignano per tutta la durata della rassegna. Da non perdere naturalmente anche l’inaugurazione di giovedì alle 10, alla presenza del ministro Mario Catania, e la presentazione della nuova edizione della guida “Slow Wine” (domenica alle 15), accompagnata dalla degustazione di oltre 1000 etichette selezionate.

 

Di grande interesse, come anticipato, anche gli incontri e le conferenze in programma: si parlerà per esempio di “non-cibo”, ossia degli additivi e conservanti presenti nei prodotti alimentari, ma anche di benessere degli animali allevati, di “land grabbing” (l’accaparramento delle terre coltivabili che sta devastando il Sud America) e di nuovi progetti di agricoltura a km zero, con l’esempio del Parco Agricolo Sud di Milano. C’è spazio pure per la solidarietà, con l’iniziativa “Ricooperiamo” che porta al Salone i prodotti delle zone colpite dal terremoto della scorsa primavera.

La kermesse torinese, inoltre, sarà sempre più all’insegna della tecnologia: disponibili due app dedicate per iOS e Android, oltre a una pagina Facebook sempre aggiornata e ad account dedicati su Instagram e Pinterest. I più intraprendenti sono stati premiati tramite il concorso per diventare “social media reporter” del festival. E anche se ha poco di tecnologico, merita di essere segnalata l’iniziativa dell’Etichetta Narrante – decisamente ispirata al progetto Vino Parlante lanciato qualche anno fa da Autoctono – che riporterà, accanto ai dati del produttore, anche la storia e la composizione del prodotto, i metodi di produzione, i tempi e i modi di conservazione.

Qualche nota pratica per chiudere: il Salone è aperto tutti i giorni dalle 11 alle 23, lunedì dalle 11 alle 20. L’ingresso costa 20 euro a persona, con sconti per giovani fino ai 30 anni, over 65, soci Slow Food e altre categorie convenzionate; l’abbonamento per tutti i 5 giorni è in vendita a 60 euro. Il Lingotto si può raggiungere anche con i mezzi pubblici: nella giornata di lunedì il biglietto di autobus e metropolitane darà diritto all’ingresso a prezzo scontato.

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Cos'è questa crisi?

Alla faccia della crisi! Sarà pure una banalità, ma è questo il primo commento che ci balza alla mente dopo aver assistito a una vera e propria invasione dei Magazzini del Cotone, al porto antico di Genova, in occasione dell'edizione 2012 di Terroir Vino. Lo scorso lunedì 11 giugno la manifestazione organizzata dagli instancabili enomani di TigullioVino (che sono anche i padri fondatori di Vinix) ha frantumato ogni record in termini di affluenza già nella prima parte della giornata - riservata a operatori e stampa - per poi esplodere letteralmente a ridosso della chiusura. L'entusiastica risposta del pubblico e degli appassionati potrebbe spingerci a considerazioni filosofiche sulla situazione del mercato e sulle profezie economiche autoavveranti, ma ve le risparmiamo (tanto per restare in tema) e ci concentriamo sull'essenziale: ossia sul perpetuarsi di una formula vincente, basata su pochi principi fondamentali che rimangono immutati di anno in anno. I capisaldi, lo abbiamo ripetuto tante volte, sono due: l'atmosfera di convivialità e di rispetto reciproco da una parte, la rigorosa "selezione all'ingresso" dall'altra. Potrebbero sembrare due aspetti in antitesi tra loro, ma non è così: sapere che dietro Terroir Vino c'è una ponderata scelta di cantine e aziende agricole focalizzate sulla qualità dei prodotti e impegnate nella valorizzazione del territorio rende tutti gli espositori più consapevoli del loro ruolo e, probabilmente, anche più propensi a interazioni e scambi (culturali o vinicoli che siano).

E poi, aspetto da non sottovalutare, i Magazzini del Cotone restano il luogo in cui gli ideatori della manifestazione visitano gli stand uno per uno, si intrattengono cordialmente con tutti i presenti davanti a un buon bicchiere di vino, organizzano degustazioni "dal basso" (cioè prive di un "maestro" che pretenda di imporre la sua interpretazione) e attribuiscono premi e riconoscimenti senza scatenare la minima competizione. Un'atmosfera che fa bene a tutti, verrebbe da dire anche al vino, e si esprime pure negli eventi collaterali, dal Baratto Wine Day al Garage Wine Contest - una sfida tra le creazioni "domestiche" dei vignaioli dilettanti - fino all'appuntamento forse più significativo dell'intero weekend, la Vinix Unplugged Unconference (con lauta cena) della domenica sera.
Noi, come al solito, ci lasciamo volentieri trascinare in questo turbine, dimenticando ben presto la scaletta degli stand da visitare: meglio così, altrimenti non ci sarebbe modo di scoprire le chicche di questa edizione, come la corposa rappresentanza estera: Ungheria, Georgia, Slovenia e Francia i paesi presenti. Diverse le new entry, alcune delle quali decisamente interessanti, ma tanti anche i volti noti: come sempre un piacere discutere con Luca Ferraro di Bele Casel o lasciarsi travolgere dalla verve e dalle alchimie di Paolo Carlo Ghislandi della Cascina I Carpini... Più sotto vi proponiamo la nostra consueta e opinabilissima carrellata tra gli stand.

Un'ultima considerazione: Terroir Vino è da sempre anche un'occasione per riflettere sul complesso e articolato rapporto che lega il mondo dell'enologia a quello della rete, intesa come veicolo di comunicazione e promozione ma anche come terreno di socializzazione e confronto. Bene: ammesso che non fosse già avvenuto in passato, possiamo dire che la boa è stata ormai definitivamente doppiata. Non esiste più cantina senza uno spazio su Internet, un account Twitter o un profilo su Facebook; contatti e commenti arrivano in diretta già durante l'evento, le conoscenze si ampliano e si moltiplicano. Il confronto tra "mondo reale" e web non ha più alcun senso perché il mondo reale e il web sono la stessa cosa e, a dispetto di tutti gli apocalittici, i prodotti della terra e i rapporti tra le persone non ne escono danneggiati ma, anzi, notevolmente arricchiti: e questa, a nostro modo di vedere, è una gran bella notizia.

Togni-Rebaioli - Darfo Boario Terme (BS): Azienda da ricordare innanzitutto in quanto capofila del progetto Opol, un'associazione tra cantine della Valle Camonica per rilanciare i vigneti che altrimenti sarebbero stati abbandonati e venduti: da questa unione nasce l'omonimo vino (ne riparleremo). Le bottiglie "fatte in casa", però, non sono assolutamente da meno: il rosso base Lambrù, un Valcamonica Rosso IGT, è anzi esemplare per equilibrio. Dalle vigne storiche dell'azienda nasce invece il corposo Merlot Rebaioli Cav. Enrico.

Batzella - Castagneto Carducci (LI): Vince decisamente il premio per il miglior rapporto qualità-prezzo della rassegna il Bolgheri Pean, un blend di Sauvignon e Cabernet Franc: 13 euro per un vino di tale armonia e complessità, affinato per 12 mesi in barrique e altri 6 in bottiglia, sono davvero una miseria. Più costoso, ma meritevole, il Bliss (Syrah in purezza), mentre la chicca è il rosato Pinsky, pluripremiato e unico nel suo genere.

Guglierame - Pornassio (IM): L'Ormeasco è una delle DOC più piccole d'Italia per dimensioni, ma qui la troviamo in tutto il suo splendore: l'Ormeasco di Pormassio base, per profumi ed equilibrio, è forse addirittura migliore del Superiore. Da provare anche, a livello di curiosità, l'Ormeasco Sciac-Tra: con questo nome, a differenza di quanto avviene nelle Cinque Terre, si indica un rosato di pronta beva.

Collina dei Poeti - Santarcangelo di Romagna (RN): L'azienda è giovanissima e orgogliosa delle sue origini, dato che partecipa attivamente alla vita culturale e turistica di Santarcangelo. Dalla collaborazione con lo storico Festival del Teatro in Piazza nasce infatti il Teatro 40, un Sangiovese selezionato e affinato in botti di rovere per esaltarne i profumi e la morbidezza. A rubargli la... scena arriva però il Brut rosato Albachiara, di brillante originalità.

Vinimpero - Genova: Attivissimo importatore di vini dall'Ungheria. Nel suo catalogo si trovano prodotti assimilabili al gusto italiano come il Napbor Secco delle Cantine S.Andrea e altri assai più peculiari come il Tokaj Forditàs (Chateau Dereszla), il dolcissimo Tokaj Katinka a raccolta tardiva (Cantina Patricius) o il pregiatissimo Tokaj Aszù 5 Puttonyos (Tokaj Nobilis) da uve selezionate rigorosamente a mano.

Principe Pallavicini - Colonna (Roma): Davvero principesco è l'Amarasco Cesanese che, pur non rientrando nell'omonima DOC, non ha nulla da invidiare ai "cugini" della provincia di Frosinone. Di assoluta originalità anche l'IGT Moroello e la dolce, ma tutt'altro che stucchevole Malvasia Puntinata del Lazio.

Domaine de la Tour du Bon - Le Brûlat du Castellet (Francia): Situata tra Tolone e Marsiglia, a pochi km dal mare, questa cantina ha una produzione tanto ristretta quanto significativa: il Rosé è particolarmente aromatico e speziato, il Blanc freschissimo e vivace, ma ad affascinare è lo splendido Rouge dall'eccezionale splendore e profondità, impreziosito dall'utilizzo di uve Carignano.

Cantina Cirotto - Asolo (TV): Da produttori tradizionali a integralisti del... secco: da qualche anno i Cirotto hanno scoperto il Brut e se ne sono innamorati, trasformando la loro passione in uno splendido Asolo Superiore Millesimato Brut. La risposta del mercato è buona, anche se resiste comunque il prodotto classico dell'azienda, il morbido Extradry.

Kocijancic Zanut - Dobrovo v Brdih (Slovenia): Borut Kocijancic lo dice molto chiaramente: il suo Sauvignon o lo odi o lo ami. Noi ci mettiamo nella seconda categoria, grazie al gusto incredibilmente aromatico e pungente di questo vino, anche se alla lunga potrebbe stancare. Più abbordabile, ma sempre di ottima qualità, la Rebula (Ribolla Gialla).

Cantina del Barone - Cesinali (AV): Forse l'azienda più piccola dell'intera manifestazione, dal momento che la sua produzione si limita a due vini: il Fiano di Avellino base e il Particella 928, che prende il nome dalla porzione di terreno in cui sono coltivate le sue uve. La differenza è palpabile, in termini di aroma, ma entrambi sono consistenti e armonici.

Maso Bergamini - Cognola (TN): Merita senz'altro un assaggio il Traminer Aromatico di questa cantina trentina, profumatissimo al naso ma delicato e poco invadente in bocca. Interessanti anche il Riesling e il Pinot Grigio, quest'ultimo esclusivamente da uve biologiche.

Grosjean - Quart (AO): Tutto in famiglia per questa piccola azienda valdostana che dice pane al pane e, ovviamente, vino al vino: nella sua produzione spiccano il fresco bianco Petite Arvine Vigne Rovettaz e i rossi Gamay e Torrette.

Casa Vinicola Setaro - Trecase (NA): Oltre all'assai particolare Caprett One Spumante, questa cantina del napoletano produce Falanghina, Greco di Tufo e soprattutto Lacryma Christi: sia nel bianco, sia nel rosso Don Vincenzo prevale una nota di caratteristica acidità che rende il vino decisamente impegnativo, ma anche di gran valore.

Boniperti Vignaioli - Barengo (NO): Semplicità e coerenza i valori di questa cantina che si affida anima e corpo ai vitigni tipici. Il prodotto di punta è il Nebbiolo Barton, forse però ancora troppo giovane in occasione della nostra visita; meglio il Carlin, invecchiato solo in acciaio e per tre mesi anche in bottiglia. Il quadro si completa con il Favolalunga, un blend di Vespolina e Merlot.

Gaspare Buscemi - Cormons (GO): Più che una degustazione, una lezione di enologia: non facile, per i meno esperti, cogliere le differenze tra il bianco Esperienze "normale" e quello prodotto in assenza di anidride solforosa, una novità sperimentata dal 2009. Trasparente invece il confronto tra l'Alture Bianco più recente (blend di Pinot e Friulano) e quello del 2001, per una verticale da applausi.

Rabino - Santa Vittoria d'Alba (CN): Qui i prezzi sono davvero inimitabili: impossibile spendere più di 4,50 € a bottiglia! Il tutto mantenendo una qualità più che discreta, soprattutto per quanto riguarda l'Arneis e il Barbera d'Alba. In produzione anche Favorita, Nebbiolo e rosato.

Antico Castello - San Mango sul Calore (AV): Tutti i vitigni tipici della Campania, dalla Falanghina al Greco e al Fiano d'Irpinia: decisamente più strutturato e aromatico quest'ultimo. Il vero prodotto di punta però è l'ottimo Taurasi.

Niavin Selections - Sarteano (SI): Da qui arrivano in Italia i celebri vini georgiani, non adatti a tutti i palati ma certamente dotati di un gusto inconfondibile: tra i prodotti della Winery Khareba di Tbilisi spiccano i bianchi macerati come il Mtszvane o il Kisi.

Le Ramate - Malvicino (AL): Non è una cantina ma un'azienda agricola, rigorosamente incentrata su metodi di produzione biologici e specializzata nei formaggi di capra. Il prodotto di punta è l'eccellente Le Rubine in tutte le sue versioni, dal fresco "Primo amore" allo stagionato "Filosofie". Da non perdere poi la crema di formaggio spalmabile.





Paolo Carlo Ghislandi (Cascina I Carpini) in posa con le sue "creature"


Togni-Rebaioli - Darfo Boario Terme (BS): Azienda da ricordare innanzitutto in quanto capofila del progetto Opol, un'associazione tra cantine della Valle Camonica per rilanciare i vigneti che altrimenti sarebbero stati abbandonati e venduti: da questa unione nasce l'omonimo vino (ne riparleremo). Le bottiglie "fatte in casa", però, non sono assolutamente da meno: il rosso base Lambrù, un Valcamonica Rosso IGT, è anzi esemplare per equilibrio. Dalle vigne storiche dell'azienda nasce invece il corposo Merlot Rebaioli Cav. Enrico.

Batzella - Castagneto Carducci (LI): Vince decisamente il premio per il miglior rapporto qualità-prezzo della rassegna il Bolgheri Pean, un blend di Sauvignon e Cabernet Franc: 13 euro per un vino di tale armonia e complessità, affinato per 12 mesi in barrique e altri 6 in bottiglia, sono davvero una miseria. Più costoso, ma meritevole, il Bliss (Syrah in purezza), mentre la chicca è il rosato Pinsky, pluripremiato e unico nel suo genere.

Guglierame - Pornassio (IM): L'Ormeasco è una delle DOC più piccole d'Italia per dimensioni, ma qui la troviamo in tutto il suo splendore: l'Ormeasco di Pormassio base, per profumi ed equilibrio, è forse addirittura migliore del Superiore. Da provare anche, a livello di curiosità, l'Ormeasco Sciac-Tra: con questo nome, a differenza di quanto avviene nelle Cinque Terre, si indica un rosato di pronta beva.

Collina dei Poeti - Santarcangelo di Romagna (RN): L'azienda è giovanissima e orgogliosa delle sue origini, dato che partecipa attivamente alla vita culturale e turistica di Santarcangelo. Dalla collaborazione con lo storico Festival del Teatro in Piazza nasce infatti il Teatro 40, un Sangiovese selezionato e affinato in botti di rovere per esaltarne i profumi e la morbidezza. A rubargli la... scena arriva però il Brut rosato Albachiara, di brillante originalità.

Vinimpero - Genova: Attivissimo importatore di vini dall'Ungheria. Nel suo catalogo si trovano prodotti assimilabili al gusto italiano come il Napbor Secco delle Cantine S.Andrea e altri assai più peculiari come il Tokaj Forditàs (Chateau Dereszla), il dolcissimo Tokaj Katinka a raccolta tardiva (Cantina Patricius) o il pregiatissimo Tokaj Aszù 5 Puttonyos (Tokaj Nobilis) da uve selezionate rigorosamente a mano.

Principe Pallavicini - Colonna (Roma): Davvero principesco è l'Amarasco Cesanese che, pur non rientrando nell'omonima DOC, non ha nulla da invidiare ai "cugini" della provincia di Frosinone. Di assoluta originalità anche l'IGT Moroello e la dolce, ma tutt'altro che stucchevole Malvasia Puntinata del Lazio.

Domaine de la Tour du Bon - Le Brûlat du Castellet (Francia): Situata tra Tolone e Marsiglia, a pochi km dal mare, questa cantina ha una produzione tanto ristretta quanto significativa: il Rosé è particolarmente aromatico e speziato, il Blanc freschissimo e vivace, ma ad affascinare è lo splendido Rouge dall'eccezionale splendore e profondità, impreziosito dall'utilizzo di uve Carignano.
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Ma che bel castello

E pensare che una volta, per alludere allo scarso valore di qualcosa, si diceva "puoi farci la birra". Oggi vale l'esatto opposto: chi "fa" la birra ha per le mani una miniera d'oro, e lo hanno capito anche gli organizzatori di feste e sagre, che sempre più spesso - potendo contare anche su un gusto più raffinato e meno standardizzato da parte del pubblico - puntano sulle birre artigianali per affiancare o sostituire in blocco i prodotti della grande distribuzione. Ne è un validissimo esempio BeerFood, la manifestazione organizzata dall'Associazione Pavese Amici della Birra al Castello Visconteo di Pavia, dal 24 al 27 maggio scorsi: quattro giorni tutti dedicati ai microbirrifici di Lombardia, Piemonte, Emilia, Liguria e Friuli e ai cibi "da strada" di numerosi marchi locali, affiancati da un interessante ristorante con materie prime "a chilometro zero" (o quasi). La formula, si può dirlo a colpo d'occhio, ha funzionato alla grande: malgrado qualche accenno di maltempo e il biglietto d'ingresso di 3 euro - che per la verità si sarebbe potuto evitare, dal momento che gli assaggi interni erano tutti a pagamento - la manifestazione ha attirato un gran numero di turisti e curiosi, facendo leva su appuntamenti collaterali come le selezioni di Miss Italia o le rappresentazioni medioevali in costume. Un modo interessante per attirare l'attenzione del grande pubblico sul mondo della birra e anche su quello dell'arte, vista la cornice del castello (che ospitava anche un'interessante mostra su Rembrandt). Da non sottovalutare poi la possibilità per gli espositori di vendere direttamente sul posto i propri prodotti, dalla semplice bottiglia da 33 cl fino alla confezione regalo.

Detto questo, va riconosciuto anche che gli aspetti da migliorare al BeerFood non mancano: prima fra tutti la carenza di birre, dato che in conclusione gli espositori presenti alla manifestazione non erano più di una decina, largamente superati da quelli del ramo food. Non sarebbe stata una cattiva idea, inoltre, quella di proporre un assaggio gratuito dei prodotti esposti (metodologia in effetti applicata da alcuni operatori... lungimiranti): il maggiore afflusso agli stand avrebbe senz'altro compensato le eventuali perdite.

Per fortuna la buona qualità media dei birrifici presenti ha compensato questi piccoli difetti da limare: nella "rosa" segnaliamo tra l'altro i già noti Henquet di Ovada (birra sempre di qualità, una tirata d'orecchie per non aver completato il sito ufficiale!) e Kamun di Predosa, ancora nell'alessandrino. La palma dell'originalità spetta sicuramente al Birrificio La Superba di Genova e alla sua sorprendente birra al basilico, dedicata appunto al capoluogo ligure; amara e di personalità la pils Caea, meno entusiasmante la Regina (al miele). Quanto a sorprese, comunque, niente male anche il Birrificio di via Priula (nella foto), direttamente da San Pellegrino Terme, con la sua La Rosa, birra aromatizzata ai lamponi che ricorda molto da vicino un vino frizzante! Per chi ama i gusti più classici, dello stesso produttore si possono consigliare la Loertis e la pale ale Il Bacio; pià impegnativa la rossa Dubec, nuova di zecca.

Un'altra presenza costante è quella del Birrificio La Fenice di Fidenza, con le sue birre dedicate a vizi capitali e virtù cardinali: amara e intensa, com'è giusto che sia, l'italian IPA Invidia. Delude invece la lager del Brew Pub BEFeD di Aviano (Pordenone): la specialità del locale è il galletto arrosto, da mangiare rigorosamente con le mani, ma l'accompagnamento birrario non è granché. Rivelazione della manifestazione, senza alcun dubbio, il Birrificio Fratelli Trami di Capriano del Colle, in provincia di Brescia: grande assortimento, stile senza fronzoli ma interessante e la trappista 3-Tre è assolutamente da provare. Può crescere molto anche il giovane La Buttiga di Piacenza, che già propone qualche birra di pregio come la Sognodoro, nata da 5 luppoli americani, e anche l'incosueta spillatura con metodo Randall, ossia il passaggio della birra attraverso un'infusione di luppolo in fiore.
Chiudiamo con i vincitori morali della breve rassegna: i soliti noti del Birrificio Valcavallina di Endine Gaiano (Bergamo), davvero inarrivabili per qualità in questo contesto. Alla sempre gradevolissima golden ale Sunflower si accompagnano in questo caso anche la fresca blonde ale Cavallina, la pale ale Calypso e la robusta IPA Alba Rossa: tutte da gustare.

 


Alcuni stand all'opera


Il Coordinatore tiene banco


Preghiere per la birra?


Stinco con patate e birra...

...basta poco per far felice il Navigatore

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