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I dispiaceri della carne

La frase è decisamente abusata, ma almeno in questo caso non si tratta di un luogo comune: documentari come questo andrebbero proiettati nelle scuole (e in effetti qualcuno lo ha fatto), perché sono davvero in grado di aprire gli occhi sulla realtà che ci circonda e, in particolare, sulla squinternata catena alimentare di cui siamo al vertice. E non per le crude sequenze di maltrattamenti e torture inflitti al bestiame, che pure ci sono e rischiano di fuorviare sul senso dell’operazione: “LoveMEATender” (titolo da applausi) non è un film di propaganda animalista e tantomeno vegetariana, ma una profonda e acuta riflessione sul mercato della carne e sul fenomeno, ormai dominante nei paesi industrializzati, dell’allevamento intensivo. Una pratica che, nella più che mai esplicita tesi del regista Manu Coeman, conduce a effetti nefasti sul piano alimentare, sanitario ed economico. Concetti, sia chiaro, già espressi più volte in ricerche e saggi come l’imprescindibile Il dilemma dell'onnivoro di Michael Pollan; altra cosa è però vederli esplicitati in un video di 75 minuti, corrosivo, ritmato e politicamente scorretto, ma non per questo meno serio e circostanziato.

Tra ben articolate animazioni grafiche e dati statistici, il documentarista belga inserisce con montaggio serrato una serie di contributi originali, intervistando contadini in pensione, allevatori, medici e commercianti, e spaziando dalla Francia al Brasile, dall'India al Senegal. L’obiettivo, che non si fatica a definire perfettamente centrato (è un po’ come sparare sulla croce rossa, del resto), è dimostrare come l’attuale filiera della carne sia assolutamente inefficace da tutti i punti di vista, prima di tutto da quello dell’ambiente. Se non bastassero infatti le esorbitanti quantità di acqua e mangime necessarie a nutrire bovini, suini e pollame di cui quotidianamente ci nutriamo, le emissioni gassose che essi stessi disperdono nell’ambiente e le deiezioni impossibili da smaltire che inquinano fiumi, laghi, e mari, aggiungiamoci pure gli ettari di foreste cancellati per consentire la coltivazione di mais e soia (finalizzata appunto all’alimentazione animale), e l’inquinamento generato da aerei e navi che trasportano da un continente all’altro prima il mangime, poi le carni stesse. C’è poi il versante igienico: la spietata selezione delle specie animali attuata a partire dal secondo dopoguerra, naturalmente in nome delle economie di scala, dà vita a razze sempre più deboli e meno resistenti, allevate oltretutto in condizioni sanitarie disastrose, e apre quindi la strada alle epidemie e all’uso massiccio di medicinali. Tutte cose che si riflettono sull’utente del prodotto finale, cioè noi: premesso che di carne ne consumiamo troppa, quella che mangiamo ci mette pure a rischio di contrarre inquietanti patologie.

Dei costi fin qui elencati non si tiene conto, ovviamente, nel calcolo dei benefici di una produzione solo illusoriamente economica, che estromette dal mercato le piccole imprese con una concorrenza schiacciante: la carne “industriale” viene pagata (apparentemente) pochissimo, anche perché la sovrapproduzione è imponente e neppure l’invasione dei mercati emergenti, in Africa e Asia, sembra quasi bastare. Insomma un quadro a tinte foschissime, ma Coeman non commette l’errore tipico dei documentaristi “à la Moore” (escluso l’originale) e non si limita alla flagellazione, alternando invece i disastri della “catena di montaggio” animale con una serie di esempi virtuosi, naturalmente su piccola scala, ma a loro modo piuttosto incoraggianti. Certo, alcuni passaggi sono alquanto forzati: scaricare sul consumatore il senso di colpa per l’usurpazione delle terre ai danni dei campesiños brasiliani, o addirittura del loro omicidio, è decisamente un colpo basso. Ma quando si tratta di carne, si potrebbe dire, tutto fa brodo, e ben vengano anche le piccole scivolate retoriche – condite comunque da una tecnica registica non banale – se si tratta di sollevare una questione che ci riguarda molto più da vicino di quanto immaginiamo.

Chiosa finale: il documentario, premiatissimo nei festival di settore e non (ha ricevuto tra l’altro il prestigioso Magritte du Cinéma), è uscito in alcuni cinema del Belgio ed è stato trasmesso svariate volte anche dalla televisione locale. In Italia, pochissimi fortunati hanno potuto vederlo all’ultimo Salone del Gusto, in orario più che improbabile…

 

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