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Argentina para principiantes

Partiamo dalle basi: ci sono tre cose che dovete assolutamente sapere se avete intenzione di visitare l’Argentina nel prossimo futuro. Eccole:

1) L’Argentina non è un paese sudamericano. Può sembrare un paradosso, ma da Buenos Aires in giù troverete ben poco di quanto l’immaginario collettivo associa all’America Latina: scordatevi musiche dal ritmo trascinante, colori sgargianti, feste sfrenate e in generale tutto quanto è sopra le righe.

2) L’Argentina ha una moneta debole. Le vicissitudini finanziarie del paese di Cristina Kirchner (che non vediamo benissimo per le elezioni del 2015) sono ben note. Pur vivendo in un paese tendenzialmente benestante e niente affatto povero,  gli argentini hanno grossi problemi di inflazione e di conseguenza tendono ad accettare volentieri monete forti come euro e dollaro, anche a tassi di cambio molto convenienti.

3) L’Argentina è un’Italia parallela. L’immigrazione italiana è stata talmente cospicua che quasi tutti coloro con cui parlerete vi diranno di avere un parente in Italia, o in mancanza di meglio fingeranno di averlo per impressionarvi (true story). Di tempo ne è passato parecchio, ma le somiglianze con il nostro paese restano enormi - e non tutte positive - a livello di usi, costumi e atteggiamenti.

Se abbiamo sottolineato questi tre punti è perché tutti, in qualche modo, hanno a che fare con il cibo, che è poi l’argomento che ci sta più a cuore. Innanzitutto, in barba alle migliaia di chilometri che ci separano, sulle tavole argentine non troverete nulla di particolarmente sconvolgente: i sapori e profumi esotici sono quasi inesistenti, frutta e verdura esattamente le stesse che siamo abituati a vedere da noi, anzi con minore varietà. I mercati alimentari di Cordoba o Mendoza, per quanto interessanti e folcloristici, sono di fatto indistinguibili dai loro omologhi europei: la massima “stranezza” è la carne di cincillà, un grosso roditore simile al coniglio. Per il resto vedrete capretti e maialini sgozzati, ma nulla che possa impressionare un italiano avvezzo al sanguinaccio (tra l’altro molto diffuso da queste parti) o alla trippa.

L’unico vero gusto inconsueto da provare è quello del mate, tipico infuso di foglie (la yerba mate appunto) consumato nell’omonimo recipiente e sorbito tramite la bombilla, una cannuccia bucherellata; più che una bevanda un vero e proprio rito, dato che in Argentina e – soprattutto – in Uruguay lo si beve in qualsiasi momento della giornata, rabboccandolo di volta in volta per mezzo di un thermos di acqua calda. Non lo troverete in vendita, se non in versione molto edulcorata: il mate si consuma da soli e si offre agli ospiti, ma vista la sua capillare diffusione è praticamente impossibile non riuscire a provarlo! Ci sarebbe poi un altro alimento caratteristico, il famigerato dulce de leche: una dolcissima crema di origine cilena a base di latte e zucchero, che gli argentini non si limitano a consumare da solo ma usano come ripieno di torte e altre preparazioni già di per sé dolcissime. Il risultato può essere stucchevole e nauseante per palati poco allenati, ma anche in questo caso sottrarsi è assai difficile: i tipici alfajores, dolcetti di cioccolato ripieni di dulce de leche, sono in agguato ovunque, compresi aerei e pullman di linea.

Per il resto le abitudini di consumo sono molto simili a quelle europee, tipologie di locali e tempistiche compresi: nelle località più turistiche e nelle grandi città si può ovviamente mangiare in qualsiasi momento della giornata, ma in generale i ristoranti tendono a osservare orari “normali” per pranzo e cena. Tuttavia gli argentini, sul modello spagnolo, tendono a spostare in avanti il pasto serale fino alle 21.30-22; di conseguenza i bar si riempiono ben oltre la mezzanotte e i locali notturni neppure si prendono la briga di aprire prima delle 2 (tenetelo presente se volete “fare serata”).

Su questo, come sull’alimentazione in generale, incide ovviamente il secondo punto: il primo consiglio che si può dare a un turista del vecchio continente è quello di munirsi di cospicue quantità di euro, così da poter usufruire di sconti rilevanti (evitando sia le frequenti disfunzioni degli sportelli automatici, sia le non trascurabili commissioni sui prelievi). Al cambio ufficiale, i prezzi non sono invece così dissimili dai nostri: a Buenos Aires per un pasto completo in un ristorante di medio livello si spendono sui 30-35 euro. In altre città i prezzi calano (Cordoba la più economica), ma è obiettivamente difficile restare sotto i 20.

E veniamo al terzo punto di cui sopra, il più delicato: le origini italiane più o meno recenti di gran parte della popolazione fanno sì che in Argentina abbondino, ancor più che nel resto del mondo, piatti e preparazioni che ricordano il Bel Paese. Ma non garantisce affatto che siano meno travisati che altrove. L’esempio più tipico è il caffè: pessimo quasi ovunque, anche quando si ha l’accortezza di chiederlo chiquito (equivale a una tazzina da espresso piena fino all’orlo). Innocua e tutto sommato piacevole è invece la milanesa, nient’altro che una fettina di vitello impanata: onnipresente come antipasto, piatto principale o ripieno di panini. Inutile dire che la pizza con muzzarella (già il nome fa rabbrividire) non ha nulla a che vedere con la nostra, così come il tiramisu; e con queste premesse non ce la siamo proprio sentita di ordinare pasta, che pure è diffusissima sotto forma di ñoquis (gnocchi) o tallarines oltre che reperibile in qualsiasi supermercato, anche se con nomi piuttosto diversi da quelli a cui siamo abituati (vedi foto).

Sì, ma allora… cosa si mangia in Argentina? La risposta non vi stupirà: carne, sempre e comunque. La carne è il ripieno delle celeberrime empanadas, l’antipasto per eccellenza; è l’immancabile condimento di ogni insalata; ed è, naturalmente, la protagonista assoluta della parrillada o parrilla (griglia), la parola che si sente ripetere più frequentemente nel paese, molto più di asado (che indica in generale il manzo alla brace).  Nota bene: la doppia “l” si pronuncia alla sudamericana, quindi “parrisgia” e non “parriya” come in Spagna. Carne di manzo dunque, ma in tagli piuttosto diversi dalle nostre abitudini: le bistecche con l’osso qui non vanno di moda, si preferiscono il bife de chorizo (parte esterna della schiena, spessa e con una robusta copertura di grasso) o il pregiatissimo ojo de bife (la parte centrale dello stesso pezzo). O ancora il lomo (taglio sotto le costole), il vacìo (paragonabile al controfiletto), il peculiare e ottimo matambre (strato molto sottile che si trova tra la pelle e le costole).  Il tutto accompagnato da morcillas (sorta di sanguinaccio), chorizos (salsicce) e interiora varie, soprattutto rognoni e intestini. Non aspettatevi carne al sangue, o almeno non fatene il vostro paradigma: nei ristoranti di Baires si può naturalmente selezionare la cottura preferita, ma nelle parrillas di campagna il manzo vi verrà generalmente servito stracotto, eppure ancora eccellente grazie all’ottima qualità dell’ingrediente di base. Indispensabile accompagnare il tutto con il chimichurri, semplice salsa a base di spezie, olio e limone.

Il manzo è il protagonista assoluto della tavola, ma non l’unico: al suo fianco compaiono talvolta degni comprimari come l’agnello (cordero), diffuso specialmente in Patagonia, il chivo (capretto), il pollo e più raramente il lechon (maialino). Zuppe di legumi, verdure e zucca sono diffuse specialmente nelle regioni più fredde; gli antipasti sono invece verdure in escabeche, cioè annegate nell’aceto, e l’immancabile salsina servita a inizio pasto, diversa per ogni ristorante, con accompagnamento di ottimo pane artigianale. I pesci oceanici sono tanti e quasi tutti poco saporiti, dall’abadejo al lenguado; in prossimità di laghi e fiumi si trovano facilmente anche trucha (trota) e salmone. Gli argentini amano molto anche rimpinzarsi di fiambres (affettati) come prosciutto crudo e cotto, mortadella o salame, quasi tutti però di qualità non eccelsa. I formaggi (quesos) sono quasi esclusivamente a pasta molle e semi-freschi, anche se non manca qualche simil-parmigiano. Infine due piatti locali da provare: in Uruguay e nelle zone di confine è diffuso il chivito, un abominevole miscuglio di carne, bacon, prosciutto, uovo al tegamino e patatine. A Cordoba si gusta invece il locro, zuppa di mais con carne (ovviamente) e abbondante salsa piccante.

Non si può chiudere senza parlare del bere: a parte il mate, di cui si è già detto, è indubbio che la bevanda nazionale argentina sia la birra. Sebbene siano presenti altre marche, come la Patagonia, e non poche birrerie artigianali, la Quilmes resta padrona assoluta del mercato e viene consumata senza risparmio anche grazie alle benemerite bottiglie da 1 litro, molto convenienti anche economicamente (al bar o al ristorante costano circa 4 euro l’una). Intanto aumentano vertiginosamente i consumi di vino e si capisce anche il perché: le cantine argentine, quasi tutte della zona di Mendoza, sfornano prodotti di sempre maggior valore , ormai in grado di competere con tutti i concorrenti internazionali. La selezione è facilitata dal fatto che i vitigni utilizzati sono quasi esclusivamente il Malbec, dal caratteristico gusto dolce e morbido, e il più aromatico Cabernet Sauvignon: le “bodegas” tra cui scegliere, più o meno pregiate, sono però innumerevoli. I costi sono accessibili ma non bassissimi, dai 10 fino ai 40-50 euro a bottiglia (sempre al cambio ufficiale). A fine pasto, se doveste trovarli, non lasciatevi sfuggire un sorso di uno dei  leggeri liquori tipici, il delicato Legui o il più robusto Amargo Obrero.

Eppure la bevanda più amata e consumata in Argentina, quella che risponde invariabilmente alla domanda “cosa si beve stasera?”, non è nessuna di queste. Sembra incredibile, ma il re incontrastato dei banconi da bar in questo angolo di Sudamerica è… il Fernet Branca! Protagonista di faraoniche campagne pubblicitarie, oggetto di culto di giovani e vecchi e utilizzato persino come souvenir per turisti, l’amaro milanese – bevuto liscio, ma soprattutto con accompagnamento di Coca Cola – da queste parti ha conosciuto un successo assolutamente incomparabile con quello ottenuto in Europa, tanto da trasformarsi in una tradizione locale tra le più amate. Come dire che a volte emigrare non è poi così male…

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Metti una birra a cena/2

Avevamo sperimentato qualche mese fa la prima delle cene birrarie organizzate dall'EnoPub Gastronomico Il Barbaresco di Legnano (per maggiori informazioni, vedi Metti una birra a cena). Adesso che la sperimentazione è ormai diventata un appuntamento mensile, siamo tornati molto volentieri nel locale legnanese per una seconda "puntata", spinti dal richiamo di un birrificio storico i cui prodotti sono però tutt'altro che facili da trovare: il Maltus Faber di Genova. Che il nome si rifaccia al leggendario Fabrizio De André non è un segreto e, se mai vi fossero dubbi, li ha fugati durante l'incontro il mastro birraio Massimo Versaci indossando una t-shirt raffigurante proprio il cantore della città della Lanterna; finiscono qua però i legami con il territorio delle birre, di ispirazione marcatamente belga, e forse proprio per questo si è voluto ricorrere in questa occasione a una serie di abbinamenti con piatti genovesi DOC.

Diciamolo subito: complessivamente l'esperienza è stata meno soddisfacente della precedente, un po' per la presenza di birre eccellenti ma non eccessivamente caratterizzate come la Bianca o l'Ambrata, un po' per gli abbinamenti culinari non sempre perfetti. Vi presentiamo qui sotto il menu da cui manca (per nostra negligenza) l'ultima portata, un eccellente bonèt alla piemontese con cioccolato e amaretti, che però a dire il vero si sposa piuttosto male con la roboante e liquorosa Imperial. Nel complesso la parte più piacevole della serata, come sempre, resta la chiacchierata con l'anfitrione: apprezzatissimo (anche se naturalmente fazioso) il suo pistolotto contro la birra industriale... A volte essere messi di fronte alla realtà fa bene, soprattutto dove imperano le illusioni del marketing!

Massimo Versaci intrattiene i commensali facendo sfoggio di eloquenza da... Faber


Sformato di patate e fagiolini con prosciutto cotto del Salumificio Parodi, abbinato alla Bianca

L'etichetta della Bianca, premiata per la sua semplicità

Fettuccine in salsa di noci abbinate alla Ambrata

Fricassea di pollo alla ligure con la Triple: forse l'accoppiata migliore

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Les Goûts du Mont Blanc

70 produttori valdostani insieme per due giorni nel magnifico villaggio di Verrand, frazione di Pré-Saint-Didier, ai piedi del Monte Bianco: è l'essenza di Les Goûts du Mont Blanc, la fiera enogastronomica che quest'anno si è svolta sabato 26 e domenica 27 luglio e almeno in parte è stata baciata dal sole (risultato non disprezzabile in un'estate così balorda come quella del 2014). L'incantevole paesino, con i suoi stretti vicoli e passaggi tra caratteristiche costruzioni di pietra e legno, ha fatto da cornice a una vera e propria celebrazione dei prodotti tipici della Val d'Aosta: il posto d'onore, nella piazza centrale, è stato ovviamente riservato ai formaggi, dalla fontina alle tome di capra passando per il fromadzo e per qualche "intruso" dalla Savoia. Si segnalano, in particolare, i prodotti dell'azienda La Croix di Saint-Pierre. Immancabili le carni e i salumi, come la tipica mocetta: eccellente quella della Macelleria Pavese di Morgex. Oltre a pane, dolci e prodotti agricoli, un capitolo a parte lo meritano i vini e i distillati: nel giro di pochi metri erano infatti radunate alcune delle più interessanti cantine della regione, da GrosjeanErmes Pavese fino alla celebre Cave du Vin Blanc, nota per il suo inimitabile "vin de glace" Chaudelune. Insomma, un'occasione unica per conoscere - e acquistare - le specialità della zona, grazie anche alle degustazioni guidate organizzate al Palatenda. Interessante il ristorante che ha offerto un menu tipico a base di formaggi e salumi, ravioli in salsa di arrosto e torta rustica di pane nero, ma anche una cena francese e una valdostana.


Il panorama dall'ingresso della fiera


Menu tipico al ristorante

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Foto da Vinitaly 2014

La nuova edizione della rassegna enologica più importante al mondo si è svolta dal 6 al 9 aprile 2014: potevamo forse non esserci? Ecco una breve rassegna degli scatti più interessanti "rubati" a Verona: se volete di più visitate la nostra pagina Facebook, e non dimenticate di leggere il reportage completo dalla Fiera.


Il padiglione della Campania


Uno slogan di sicuro effetto


Il Prosecco è protagonista di una degustazione ad hoc


La bella scenografia dello stand della Tenuta Il Corno


La hall dedicata ai 70 produttori di vini biologici


Moriremo, ma non di sete...


I pregiati champagne H.Blin


Mappe e percorsi del vino campano


Integralismi vinicoli


La grande novità: il padiglione dedicato ai vini internazionali
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Nello specchio del bicchiere

Politici e imprenditori, calciatori e pallavolisti, giornalisti e veline: c’erano proprio tutti quest’anno al Vinitaly, da Oscar Farinetti a Matteo Renzi passando per l’immancabile Luca Zaia, perché la kermesse veronese (tenutasi dal 6 al 9 aprile, ma l'anno prossimo si sposterà a marzo) è diventata uno di quegli eventi che non ci si può assolutamente permettere di saltare. Nonostante questo, si può però scommettere che nessuno di loro, per quanto imponente sia l’investimento economico o d’immagine - vedi Expo 2015, riuscirà a impadronirsi dell’evento e piegarlo al suo volere; per il semplice fatto che da molto tempo il Vinitaly ha varcato i confini nazionali e si è involato verso l’estero, individuando nelle esportazioni e nei mercati stranieri la vera sfida del presente e del futuro, ben prima che il presidente del Consiglio lanciasse uno dei suoi tanto amati proclami (+50% dell’export entro il 2020). L’edizione 2014 della rassegna veronese non fa che confermare questa tendenza ormai decisamente esplicita: le presenze professionali dall’estero sono salite da 53mila a 56mila, raggiungendo il 36% di un totale che a sua volta è cresciuto del 6%. Agli stranieri, per la prima volta, è stato dedicato un intero padiglione, Vininternational: e se la partecipazione a livello di produttori si è rivelata francamente abbastanza deludente, lo stesso non si può dire per la risposta dei visitatori, che hanno letteralmente preso d’assalto i pochi stand presenti e intasato le degustazioni guidate in programma (nota per il prossimo anno: migliorare il sistema di prenotazione online). Segno che ormai l’interesse e reciproco e va ben al di là della semplice curiosità.

In questo contesto di accentuata globalizzazione, è solo apparentemente paradossale la tendenza a produzioni vinicole sempre più originali (nel senso di attenzione alle origini), ortodosse, autarchiche, qualche volta persino talebane. Eloquente il caso dell’azienda toscana che espone con orgoglio l’avviso: “Autoctono. No barrique, no Cabernet, no Merlot, no Syrah”: come a dire che ciò che prima era motivo di vanto oggi sta diventando un marchio d’infamia. In altre parole, i produttori stanno meritoriamente scoprendo che l’unico modo per emergere in questo mercato eterogeneo e in continua espansione è quello di ritagliarsi una propria nicchia, riscoprendo produzioni locali e tradizioni perdute nel tempo, anche perché la stessa clientela comincia ad avere un atteggiamento molto più aperto a nuovi aromi e nuove sensibilità. Sta diventando quindi minoritaria rispetto al passato (e per fortuna) la tendenza ad assecondare gusti e palati degli altri, sostituita dall’orgoglio della propria specificità. Lo conferma l’esplosione di vini che solo recentemente hanno ricevuto un riconoscimento ufficiale, come il (o “la”?) sorprendente molisano Tintilia, caleidoscopico nelle sue mille declinazioni, o il Casavecchia che veniva prodotto già dai Borbone. Del resto può bastare il modello del Prosecco, oggi protagonista assoluto della rassegna tra degustazioni e articolati dibattiti: viene da sorridere a pensare che abbia ottenuto la sua DOC appena 5 anni fa…

La specializzazione non riguarda solo i vini in sé, ma anche le tecniche di produzione: un po’ sarà questione di moda, un po’ anche di crescente consapevolezza ambientale e nutrizionale, sta di fatto che quest’anno i vini biologici hanno ottenuto una hall a sé stante (VinitalyBio, appunto) con ben 70 espositori, e lo stesso vale per il Vivit, abbreviazione di Vigne Vignaioli Terroir, che esalta il legame dei produttori con la zona geografica di appartenenza.
Certo, a forza di elitarizzarsi e raffinarsi, il Vinitaly ha inevitabilmente perso un po’ di appeal verso quel grande pubblico che, piaccia o meno, in passato ne aveva fatto le fortune a livello di immagine. Tanto che qua e là cominciano a spuntare stand in cui gli assaggi sono riservati “ai soli operatori” (che dovrebbero essere in teoria gli unici ammessi alla fiera, ma ben sappiamo quanto questa formulazione sia distante dalla realtà). Né più né meno, è lo stesso percorso compiuto dall’oggetto della rassegna: il vino, che da bevanda popolare e scarsamente impegnativa sta completando la sua metamorfosi in prodotto d’élite. Non a caso scendono in picchiata i consumi, in cui l’Italia ha subito per la prima volta lo storico sorpasso della Spagna, mentre continuano a crescere i ricavi: non si può dunque dare la colpa all’onnipresente “crisi” né pensare a un fenomeno passeggero. Stiamo parlando di una vera e propria rivoluzione culturale, un mutamento radicale nelle abitudini e nella socialità di milioni di persone, del quale il festival veronese può, nella migliore delle ipotesi, soltanto prendere atto.

Concluse le riflessioni pseudo-filosofiche, dedichiamo come di consueto una breve rassegna alle cantine più significative che abbiamo incontrato nel nostro breve cammino. E per chi vuole saperne di più consigliamo di leggere, per esempio, il blog Dolcezze di Nonna Papera oppure, per un punto di vista più critico, Intravino.

Cantine Salvatore - Ururi (CB): Abbiamo parlato di Tintilia e qui siamo nel cuore pulsante della produzione di questo tipico vino molisano. Con Pasquale Salvatore la cantina è alla seconda generazione di viticoltori, e tra le sue etichette troviamo la Falanghina del Molise Nysias e i Molise Rosso Biberius e Don Donà; ma soprattutto il fantastico Rutilia, complesso e speziato al punto da sembrare affinato in barrique anche se alle spalle ha solo 18 mesi di acciaio. Non a caso, Gran Menzione alla rassegna veronese.

Chiusa Grande - Nocciano (PE): Franco D'Eusanio si definisce un "vinosofo" e si fa molto presto a capire perché: la sua creatività trova sfogo non soltanto nei vini (a tutt'oggi ce ne sono in commercio ben 26 varietà diverse!) ma anche nella grafica, nei componimenti poetici e persino negli abbinamenti musicali che accompagnano molti di essi. Nella sterminata produzione dell'azienda emergono due linee ben distinte: da una parte i vini senza solfiti come Natura Bianco (Malvasia e Trebbiano) e Natura Rosso (Montepulciano), impetuosi e "fuori controllo". Dall'altra gli artistici ed elaborati Trebbiano Perla Bianca e Montepulciano Perla Nera, affinati in barrique.

Ermes Pavese - Morgex (AO): I vitigni più alti d'Italia, quelli della Valle d'Aosta, continuano a regalare sorprese. Qui il vino è ovviamente il Blanc de Morgex et de la Salle, ma Ermes Pavese lo trasforma in tutte le sue possibili incarnazioni: insieme al bianco base e allo spumante metodo classico ci sono il Nathan, affinato in barrique al 70%, e il Sette Scalinate. Impossibile però non essere colpiti dal Ninive, vino da uve stramature raccolte in pieno inverno, dopo la gelata dei grappoli, quando la temperatura è tra i meno 8 e i meno 10 gradi: il risultato vale decisamente lo sforzo...

Vigne Chigi - Caserta: Fin dalle etichette, che raffigurano gli amati cani da caccia dei Borboni, una cantina tutta votata al recupero della tradizione della reggia casertana. Dove secoli addietro si coltivavano vitigni caratteristici come il Pallagrello Bianco, dal peculiare profumo floreale e fruttato, il Pallagrello Nero e il Casavecchia. Quest'ultimo è alla base sia dell'omonimo rosso, affinato 6 mesi in barrique, sia dell'irresistibile Cretaccio, 16 mesi in barrique, complesso e tannico ma con inusuali toni dolci.

Podere Volpaio - Vinci (FI): Dalla città di Leonardo una storica azienda toscana, attiva dal 1890, che oggi esibisce con orgoglio le sue certificazioni per la produzione di vini biologici. Il Chianti è naturalmente il fiore all'occhiello: accanto alla versione base ci sono la Selezione, invecchiata un anno in acciaio e sei mesi in bottiglia, e l'eccellente Riserva Terre de' Pari, un vino "importante" e intenso che viene da tre mesi di barrique. La vera perla è però il passito Dé Stoie da uve Malvasia, dall'accentuato e inconfondibile aroma di noce.

H.Blin - Vincelles (Francia): Non avrebbe bisogno di presentazioni questa celebre maison francese produttrice di champagne: basterebbero il Brut o la Réserve per restare incantanti, ma il meglio lo si sperimenta con il faraonico Blanc de Blancs dagli intensi aromi di fermentazione, quasi prossimi allo yogurt, e con lo splendido Rosé Edition Limitée.

Cianfagna - Acquaviva Collecroce (CB): Dal Molise con furore. Anche qui il "piatto forte" è la solita Tintilia, che con l'etichetta Sator, intensa e vellutata, ha ottenuto riconoscimenti di prestigio in Italia e all'estero. Da non sottovalutare però l'Aglianico Militum Christi, severo e poderoso come il nome fa immaginare, affinato in barrique.

Tenute Costa - Parma: Un marchio che realizza, per dirla con i fondatori, il "sogno" di riunire sotto la stessa etichetta i vini di tre regioni d'Italia: Alto Adige, Piemonte e Toscana. Noi abbiamo provato i vini provenienti dalla tenuta Terre di Fiori, in Maremma: davvero strepitoso il Morellino di Scansano, con la sua elevata acidità, anche nella variante Ventaio più complessa e strutturata. Tutti da scoprire il raro Monteregio di Massa Marittima e l'Acanto, elegante blend di Sangiovese e Cabernet Sauvignon.

Monzio Compagnoni - Adro (BS): Doppio cognome e doppia vocazione per questa grande azienda che si sviluppa da una parte in Valcalepio (da cui arrivano Valcalepio Rosso e Moscato di Scanzo) e dall'altra, la più interessante, in Franciacorta. Segnaliamo un interessante Extra Brut, il vellutato ed elegante Satèn e il Rosé, particolarmente profumato.

Tenute Delogu - Sassari: Nelle fertilissime terre della Nurra, tra Sassari e Alghero, questa cantina sta rapidamente conquistando spazio e notorietà, soprattutto grazie al suo splendido Vermentino Die. Anche gli altri due vini creati da Piero Delogu, il Cannonau Ego e l'Isola dei Nuraghi Geo, stanno però facendo incetta di riconoscimenti.


Brocani - Staffolo (AN): Una cantina a conduzione familiare che bada all'essenziale, concentrandosi essenzialmente su due vini locali: il morbido Esino Rosso Barbanera e, naturalmente, il Verdicchio di Jesi. Oltre alla versione base, fresca e gradevole, c'è l'eccellente selezione Lunatico, invecchiata almeno due anni, dal gusto elegante e fruttato.

Mandurino - Sava (TA): Le vigne sono in Puglia ma il mercato principale è in Svizzera, dove l'azienda ha ottenuto le sue certificazioni BioSuisse e BioVegan (non utilizza nessun prodotto di origine animale). Ora la cantina sta cercando di espandersi anche nel paese d'origine soprattutto con un eccellente Primitivo affinato per 6 mesi in barrique. Interessanti anche Fiano e Rosato del Salento.

Le Moire - Motta Santa Lucia (CS): Quantomeno estrosa la produzione di questa giovane cantina calabrese, fin dai nomi dei vini: basti citare l'ardito Shemale, un rosato di assai difficile categorizzazione! La cifra distintiva è comunque il recupero di vitigni locali, come il Magliocco Dolce che è alla base del rosso Annibale oppure Mantonico, Pecorello e Greco Bianco, che compongono l'interessante Zaleuco.

Colle Sereno - Petrella Tifernina (CB): Rispetto alle altre aziende molisane qui citate ha una produzione più eterogenea, che si spinge fino a Cabernet e Chardonnay. Inutile dire però che il principale motivo di interesse è sempre la Tintilia, in questo caso in una versione particolarmente fruttata e profumata.

San Cristoforo - Erbusco (BS): Bollicine pure e semplici, inevitabilmente visto che siamo nel cuore della Franciacorta. Il marchio è antico, ma l'azienda è stata rifondata negli anni Novanta dalla famiglia Dotti. Particolarmente esuberante il Brut, più strutturato e morbido ilMillesimato, ma la vera sorpresa è un Rosé acidulo e non banale.

World of Flavours - Ornago (MB): Non è una cantina ma uno dei principali importatori di vino e altri prodotti dal Sudamerica, in particolare dall'Argentina. Tra questi segnaliamo il notissimo Malbec dell'azienda Tempus Alba di Mendoza, ma anche i raffinati bianchi della patagonia prodotti dalla Familia Schroeder.

Capitan Drake - Como: Altro importatore di bottiglie di pregio, questa volta specializzato nei vini della Nuova Zelanda e in particolare del distretto Central Otago. Ci sentiamo di consigliare il Sauvignon Blanc delle cantine Urlar, dall'inconsueto retrogusto di frutta tropicale, e quello delle cantine Ohau Gravels, che invece sfodera un caratteristico aroma di peperone.

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